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Da Celine ai Pink Floyd, un lungo viaggio alla ricerca della luce

Il collegamento del nostro angolo oggi è il buio, la notte, una disperazione che sembra non avere fine e che invece, proprio come nel prisma di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd, produce un fascio di luce brillante e improvviso, potente come l’alba o come la vita stessa.

Ad un album grandioso deve corrispondere un libro altrettanto importante e senza dubbio “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Celine lo è.

Un romanzo considerato fra i più importanti del ‘900, un caso letterario che arrivò nei salotti parigini degli anni ’30 come un cazzotto nello stomaco(*), con la consapevolezza che non si fosse mai assistito a nulla di simile in precedenza, specie per chi era abituato alla raffinatezza di autori come Flaubert, Zola e Maupassant. Scritto a cavallo delle due guerre dal medico francese Louis Destouches (Celine è un pseudonimo) è un racconto che parla di povera gente (e gente maledetta) usando in tante parti lo stesso slang del popolo che racconta. Nessun tormento interiore, né ambizione scientifica o naturalista, né uomini e donne dalle grandi passioni: qui ci sono signori nessuno, poveri diavoli, dottori ubriaconi, prostitute vere, soubrette di bassa lega, pazze furiose. Il “Viaggio” è il racconto dal sapore autobiografico delle gesta di Ferdinand Bardamu, uomo qualunque che vive in prima persona buona parte della storia francese (e non solo) dei primi decenni del secolo scorso: la carneficina della prima guerra mondiale, l’Africa coloniale con le sue contraddizioni, New York come capitale del mondo nuovo, la catena di montaggio alla Ford di Detroit, tutto in un fiato fino al ritorno in Francia, dove il nostro (anti)eroe si laurea in medicina, esercita la professione nel quartiere più povero di Parigi e poi finisce il suo viaggio come direttore di un ospedale.

550 pagine scritte a tempo di musica, con un linguaggio ricco di iperboli e parlato quotidiano, volgarità e termini colloquiali,  che tutte insieme fanno da preludio a diversi filoni letterari che si sarebbero sviluppati di lì a poco e protratti fino alla fine del ‘900. Penso ad esempio alla scrittura sporca, per anime perdute, di Irvine Welsh in “Trainspotting” e a quella introspettiva di Nick Hornby, perfetta per le complicazioni del non detto in “Alta Fedeltà”.

Bardamu è ora cinico, ora sfigato, a volte riesce a sfruttare le situazioni a proprio favore, ma non di rado esce sconfitto e umiliato. Quello che non perde mai è la sua sincerità: su tutti ricordo volentieri i capitoli dedicati alla prima guerra mondiale. Prima c’è l’esaltazione incondizionata della patria, con slanci quasi futuristi, poi la disillusione totale e il rifiuto assoluto degli orrori del fronte: egli stesso ammette con candore che solo un cretino potrebbe preferire una morte atroce rispetto alle attenzioni delle infermiere negli ospedali militari. C’è molto in lui del soldato Joker di  “Full Metal Jacket”, con la differenza che Kubrick ha raccontato l’antimilitarismo del suo eroe in un film disturbante e indimenticabile di fine anni ‘80: provate a collocare lo stesso concetto negli anni ’30 e vi renderete conto della portata innovatrice del “Viaggio”.  

A seconda che Bardamu si trovi al fronte o nelle retrovie Celine modifica anche il linguaggio con cui l’autore racconta le gesta del suo alter ego: in guerra la scrittura è frastagliata e a tratti volgare, in pace la parola torna fluente, degna di un grande romanziere classico.

Celine è un pittore che passa con altrettanta disinvoltura dalle linee spezzate di un dipinto surrealista alla precisione di una natura morta. Solo che ha una penna in mano al posto di un pennello.

La notte è sempre sullo sfondo: quella che il protagonista osserva durante la guerra, quella che guarda dalla nave mentre sta andando in America e quella in cui si perde, proprio alla fine delle sue avventure, in un bar di povera gente davanti alla Senna. E’ consapevole che, nonostante sia arrivato alla laurea, non è una persona eccezionale: proprio questa sua franchezza rende Bardamu unico, irresistibile, a suo modo amabile. Il suo presunto cinismo non fa mai veramente male agli altri, anzi quando meno ci si aspetta mostra sentimenti insospettabili. Il suo sincero affetto per il piccolo Bebert (bambino portato via dalla polmonite e dalla povertà) è evidente nel modo in cui prova a salvarlo senza mai farlo sapere a nessuno e nel fatto che lo ricorda ogni volta che può, anche quando quel capitolo della sua vita si chiude per sempre.

Celine sembra volerci dire che per tutta l’umanità non c’è scampo: il dolore e la povertà di spirito sono ovunque e solo qualche amante occasionale, o il rumore di un parco giochi sulla Senna, possono dare un momentaneo sollievo ad un viaggio che porta dritto al termine della notte. L’ultima pagina inghiotte per sempre Bardamu e tutti gli altri, lasciando spazio a un’alba che ognuno di noi può interpretare come meglio crede: non sta più a Celine guidarci in questa nuova vicenda.

La parola di Celine è musica, una musica che nasce da un linguaggio a volte destrutturato, altre lineare. Il “Viaggio” è un libro che va letto con il giusto vinile in sottofondo.

Le dissonanze lo rendono adatto al jazz di Miles Davis o a tutto quel filone della musica anni ’70 che guarda al progressive e alla psichedelia. In quest’ultimo caso, la notte è tutta del lato oscuro della luna raccontata dai Pink Floyd.

Lo confesso: ho divorato buone parti del libro ascoltando l’album più famoso del gruppo inglese, con i cambi di ritmo e le sue visioni a tratti indecifrabili. Non saprei dire quale brano si sposa meglio con una o più parti del romanzo, perché tutto nasce da un unico filo conduttore: il respiro iniziale di “Breathe”, il progressivo incedere di “Time”, “Money” a fare da corredo agli episodi del romanzo più veniali (ce ne sono, come quello in cui Bardamu viene a conoscenza del piano architettato dell’amico Robinson per uccidere una vecchia spilorcia), fino al crescendo di “Brain Damage”. Il pezzo finale si apre con la frase iconica “The lunatic is in my head” e si conclude con “I’ll see you on the dark side of the moon”. Ed è proprio là, in quel lato nascosto della luna, dove forse davvero tutti gli uomini sono uguali, che mi immagino vivano per sempre Ferdinand Bardamu, il suo demiurgo Celine e tutti i personaggi di questo romanzo: un viaggio al termine della notte che poi, se ci pensate, non significa altro che attesa dell’alba.

 


The lunatic is on the grass
The lunatic is on the grass
Remembering games and daisy chains and laughs
Got to keep the loonies on the path
 
The lunatic is in the hall
The lunatics are in my hall
The paper holds their folded faces to the floor
And every day the paper boy brings more
And if the dam breaks open many years too soon
And if there is no room upon the hill
And if your head explodes with dark forebodings too
I’ll see you on the dark side of the moon
 
The lunatic is in my head
The lunatic is in my head
You raise the blade, you make the change
You re-arrange me ‘til I’m sane
You lock the door
And throw away the key
There’s someone in my head but it’s not me
 
And if the cloud bursts, thunder in your ear
You shout and no one seems to hear
And if the band you’re in starts playing different tunes
I’ll see you on the dark side of the moon
 

(Pink Floyd – “Brain Damage”- da “The Dark Side of the Moon”)

 


(*)Il clamore che il romanzo suscita è immediato (…) non si sa come classificare il libro, dove collocarlo. Accade spesso che sostenitori e detrattori si scontrino sullo stesso giornale, o all’interno dello stesso schieramento politico. (…) Nelle recensioni, i richiami si sprecano. Si citano Rimbaud, i surrealisti, il romanzo picaresco spagnolo, Swift, Pascal, Rousseau, Dostojevskij, Hemigway.

(“Celine, ovvero lo scandalo di un secolo” di Ernesto Ferrero – postfazione all’edizione Corbaccio del 1994)
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4 Commenti

  1. Angela 23 Aprile, 2020

    Sono sulla stessa linea critica: musica e letteratura spesso vanno a braccetto e l’accostamento tra il romanzo di Celine e il disco dei Pink Floyd è proprio indovinato. L’incipit del romanzo ha davvero lo stesso respiro del primo brano del disco.

    Rispondi
    1. Marco 23 Aprile, 2020

      Detto da lei Professoressa ha un doppio valore per me: culturale (perchè lo afferma una persona con la sua preparazione) e affettivo (se oggi metto in piazza la mia passione per musica e libri è anche perchè c’è chi l’ha saputa stimolare, più di vent’anni fa). Grazie, e se vuole mi legga ancora: ogni domenica sono ospite di mia moglie su queste pagine, dove mi diletto a unire i libri e dischi della mia vita 😉 MARCO

  2. Angela 23 Aprile, 2020

    Tu eri e sei una persona curiosa e hai saputo trarre esperienza dai contatti con il tuo mondo circostante. Ti seguirò certamente perché ti stimo e ti ricordo con affetto soprattutto!

    Rispondi
    1. Marco 23 Aprile, 2020

      Grazie Prof, non sa quanto mi fanno piacere queste parole. A presto 😉 MARCO

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