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“Ulisse” di Joyce, quando i pensieri sono parole

Rimasi folgorato dalla lettura di alcuni pezzi di “Ulisse” di Joyce durante le lezioni di letteratura inglese in quinta liceo. Rimasi addirittura sconvolto dal monologo di Molly, la moglie del protagonista Leopold Bloom: dopo anni passati a studiare la grammatica e la buona forma letteraria, ecco un capitolo senza alcuna logica di costruzione delle frasi e addirittura senza punteggiatura. Anzi, un punto c’è, piazzato lì nel mezzo, quasi a volerci ricordare che stiamo leggendo un libro. Roba da far impallidire il prof. Kitting de “L’attimo fuggente”.

Millenni di prosa rivisitati così, con la risposta a una domanda che in fondo mi girava in testa fin da piccolo: ma come fanno i pensieri ad ESSERE parole?

Che è diverso se ci pensate dal DIVENTARE parole: questo lo sto facendo anch’io adesso, che non sono Joyce, visto che scrivo. E’ il fatto di tradurre in letteratura il disordine naturale della mente, quel saltare di palo in frasca che ognuno di noi fa quando è più o meno assorto, che mi ha fatto andare oltre l’antologia e divorare tutto “Ulisse”, subito dopo la maturità, proprio nell’edizione che vedete nella foto.

Alcuni di voi penseranno che sono un autolesionista. Tuttaltro. Non avete idea di quanto mi sia divertito in quell’estate del 1995, prima delle meritate vacanze in Grecia, a leggere di quest’uomo a spasso per Dublino dalle 8 di mattina alle 2 di notte del 16 giugno 1904. Leopold Bloom è un Ulisse meno astuto, Molly è una Penelope di più bassa fibra morale, Stephen Dedalus invece è un indolente Telemaco, quel figlio mai avuto dalla coppia e incontrato per caso da Leopold durante questa Odissea di un giorno a Dublino.

Il romanzo è lungo, duro da leggere ma estremamente spassoso. Ha un ritmo musicale che con me non guasta mai. Serve una dose di follia e spensieratezza anche solo per approcciarsi a queste pagine, altrimenti è meglio lasciar perdere: si può passare ad altro di Joyce, di forma più convenzionale come il “Ritratto dell’artista da giovane”, oppure, perchè no, alla vera “Odissea” di Omero.

Ma se siete curiosi di capire a quali estremi può arrivare la mente di un letterato, allora può essere che dopo molti anni vi ritroviate proprio come me a leggere qua e là pezzi di “Ulisse” in serate in cui non avete niente da fare, magari con un buon disco jazz di Miles Davis o Chet Baker in sottofondo. E ogni Bloomsday (ovvero il 16 giugno, ogni irlandese lo sa), vi ritroverete a bere una Guinness alla salute di quella strana famiglia e di quell’uomo, James Joyce, che ha visto un’ Odissea in un giorno qualunque, in persone qualunque, in una città qualunque di inizio ‘900.

Cheers James, Leopold, Stephen e Molly. Beviamo alla vostra salute.

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