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Anna Karenina di Lev Tolstoj

“Il rispetto è un’invenzione utile a riempire il posto che l’amore ha lasciato vacante”

E’ una delle poche citazioni che ho sottolineato leggendo questo classico della letteratura russa, Anna Karenina di Lev Tolstoj.

Come sempre, ho iniziato la lettura di questo “mattone” tanto temuto, senza sapere nulla di lui. Ero forse l’unica a non conoscere niente né dell’opera né dell’autore, dal momento che non ho molta simpatia per gli autori russi.

Ho quindi affrontato la lettura di Anna Karenina con uno dei miei gruppi di lettura, stimolata dai commenti, invogliata per cercare di cambiare idea sui russi che generalmente temo.

L’approccio alla scrittura di Lev Tolstoj è stato positivo; mi ha subito messa a mio agio; ho letto fluidamente le oltre 800 pagine dell’edizione Einaudi in mio possesso, saltando solo qua e là qualche passo noioso sull’agricoltura dei campi o sulla vita politica e militare di certi personaggi.

Si fa conoscenza di Anna Karenina soltanto nel capitolo 18 della parte prima (pag. 69) quando Vronskij, sul vagone del treno proveniente da Pietroburgo a Mosca, cede il passo a una signora che sente il bisogno di guardare “non per la sua bellezza, non per la sua eleganza e nemmeno per la grazia discreta che profondeva, ma perché quando gli era passata accanto aveva colto sul viso di lei una dolcezza e una tenerezza tutte particolari“.

Ahi ahi, galeotto fu quel primo sguardo!

Prima della comparsa di Anna, vengono presentati altri importanti protagonisti che saranno il fulcro delle tre storie principali di questo romanzo, ambientate nella società alto borghese moscovita di cui Tolstoj fornisce un quadro realistico e veritiero, per me insopportabile (ahaha).

Abbiamo quindi una serie di amici, mezzi imparentati: Oblònskij, presentato già dalla prima riga del romanzo, è marito di Dolly, cognato di Kitty di cui si innamora l’amico Levin; Oblònskij è anche fratello di Anna Karenina, sposata con Karenin. E il giovane ufficiale Vronskij?
Beh, non sarò io a raccontarvi gli intrecci e i risvolti.

Sicuramente ogni personaggio ha una sua storia, sentimenti precisi, patemi, desideri, velleità che non si limita a nascondere.

Tra incontri casuali sui treni, alle feste o durante le visite di cortesia, si assiste a una soap opera tipo Beautiful, anche se il principe padre di Kitty mi ha tanto ricordato il mitico signor Bennet di Orgoglio e pregiudizio, in un dialogo con la moglie che mira solo a far fare un buon matrimonio alla figlia, anche senza amore.

“Mettete che lei si innamori sul serio e che lui, invece, abbia voglia di prendere moglie quanta ne ho io? Eh? Che questi occhi non debbano assistere a ciò che accadrà!”

Penso di non essermi affezionata a nessuno dei personaggi in particolare. Non ho tifato per nessuno, non ho gioito se qualcosa è andata bene e non ho provato pietà per la disperazione di qualcuno.
Era forse proprio questo l’intento di Tolstoj che, tra l’altro, non amava nemmeno così tanto questo romanzo riconosciuto da Fëdor Dostoevskij e poi da Vladimir Nabòkov “capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo“.

L’opera mi ha offerto una panoramica di un mondo che in effetti non conoscevo, della società russa tra Mosca e Pietroburgo di fine ‘800, della differenza del mondo cittadino e di quello di campagna: da una parte l’aristocrazia fatta di gente il cui scopo principale era farsi vedere al teatro (poi magari era piena di debiti), dall’altra il mondo rurale e contadino, semplice ma redditizio.

Sono contenta di aver letto questo romanzo perché di fronte a un titolo così importante, non è possibile restare indifferenti. Mi sono spesso chiesta, leggendolo, perché si intitolasse Anna Karenina, entrata in scena quasi di soppiatto ed uscita dopo varie comparse, mentre è stato dedicato molto spazio, all’inizio e alla fine, a due degli uomini protagonisti, Oblònskij e Levin.

Probabilmente la disperazione di Anna Karenina, con il suo vittimismo perenne, l’incapacità di cambiare la sua vita, lasciandosi piuttosto vivere dagli eventi (ma mi rendo conto che, a quell’epoca, non era facile in generale per le donne), ha offerto all’autore la chiave per un titolo che racchiudesse le storie di tutti i protagonisti, anche quelli minori, alla ricerca della felicità e di un benessere fisico e mentale tanto ambito in quel preciso contesto.

La mia prima impressione di Anna è stata quella di una donna forte, tutta d’un pezzo, bella quanto basta, lucente per la sua interiorità, affidabile. E’ bastato un mezzo capitolo a sgretolarla ai miei occhi perché resa vulnerabile, incapace di amare sul serio (non ho apprezzato affatto il modo in cui si comporta verso il figlio “amatissimo”), di essere felice perché in balia degli eventi senza alcuna possibilità di cambiare.

E gli altri personaggi? Qualcuno continuerà per la sua strada esattamente come presentato all’inizio del romanzo; qualcun altro se ne farà una ragione; un altro ancora troverà la via della conversione e supererà ogni lotta interiore.

In sostanza, in questo romanzo Tolstoj ha messo sul piatto le realtà che gli ruotavano intorno, estremizzando situazioni e comportamenti con l’unico intento di NON rendere amabile Anna Karenina a cui però ha dedicato il titolo di un romanzo oggi famoso in tutto il mondo.

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