A me Matteo Bussola piace molto, ma diciamolo: i suoi libri non sono leggeri, anzi, sono dei pugni sullo stomaco, ma di quelli che fanno bene e che spingono a profonde riflessioni.
Vi ho già parlato di “Un buon posto in cui fermarsi” e, adesso, appena pubblicato da Einaudi, vi parlo di “La neve in fondo al mare“.
In questo nuovo libro, lo scrittore fa riflettere sul rapporto genitori-figli, sulle speranze, i desideri e le aspettative che gli adulti (i genitori, appunto) ripongono su figlie e figli, sul senso di impotenza di fronte a un modo di essere e fare che è “altro da noi”, sulla capacità (o incapacità) di accettare che i figli non sono perfettamente la “nostra” immagine e che possono deluderci.
E ben venga se deludano un po’!
“Noi che ci ostiniamo a sognare gli uomini o le donne che diventerete, o a rimpiangere i bambini e le bambine che eravate, senza mai vedere davvero il ragazzo o la ragazza che abbiamo davanti.
Noi che viviamo sbilanciati nel passato, o più spesso nel futuro, pur di lenire la sofferenza del presente.
Noi che cerchiamo di proteggere ciò che sarete, nell’ossessione di pianificare il vostro domani, invece di sederci accanto a voi ad abbracciare ciò che siete.
Invece di aiutarvi a rivendicare il diritto all’imperfezione, allo sconforto, all’incapacità di accontentare gli altri”.
Bello e commuovente, vi ho trovato alcuni punti di contatto con una storia di “Un buon posto in cui fermarsi”.
1 Comment
Bel post! Sembra una storia interessante.