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Aspettaci in Sicilia, John Fante!

Il caso o la fortuna vuole che il momento propizio per parlare di John Fante sia proprio mentre ci troviamo in Sicilia, freschi di quattro libri letti (di cui udite udite uno in comune, il celebre “Chiedi alla Polvere”) più uno in attesa e di un significativo passaggio di Tondelli in “Un weekend postmoderno”, che fa riscoprire definitivamente Fante al pubblico italiano degli anni ‘80, eleggendolo a scrittore di culto.

Il legame di John Fante con la Sicilia è forte per due motivi, indipendenti dalla sua volontà: il primo è che si tratta di una terra da sempre al centro di flussi migratori, il secondo è che proprio Siracusa ha dato i natali a Elio Vittorini, primo scopritore e traduttore di John Fante per la piazza italiana.

Quando parliamo di migrazioni non vi ingannate: non troverete in Fante traversate oceaniche di italiani che cercano fortuna in America o il mondo ghettizzato e in parte stereotipato di Little Italy a New York. Il peregrinare di Arturo Bandini – il suo personaggio per eccellenza ed alter ego, scrittore lunatico, perso fra brama di successo, pulsioni incontrollabili e contrizioni cattolicissime – avviene in un costante pellegrinaggio fra il paese del Colorado in cui è nato e cresciuto (come anche Fante) ed il mito di Los Angeles, la grande città piena di opportunità e occasioni di perdizione.

“Nato e cresciuto” appunto. Bandini come Fante si sente americano nelle viscere, ama il baseball e gli hamburger, vorrebbe avere un cognome diverso, ma non può negare l’italianità delle sue origini. Sua mamma cucina spaghetti e polpette, suo padre impreca in italiano, i fratelli hanno nomi italianissimi e lui stesso eredità la morale religiosa della madre e il carattere esplosivo del padre.

E’ il conflitto che vivono gli immigrati di seconda generazione, quelli che non erano ancora nati quando i loro genitori hanno “cercato l’America”, lo stesso che oggi provano sulla loro pelle molti ragazzi cinesi nella comunità di Prato (dove viviamo), in una continua diatriba fra usi e costumi della propria famiglia e quelli del mondo che li circonda.

Proprio il modo non convenzionale di raccontare l’America aveva indotto Elio Vittorini a farlo conoscere al pubblico italiano a inizio anni ‘40, attraverso la pubblicazione di un racconto nell’antologia “Americana” da lui curata. Fante per Vittorini rappresentava una delle voci che l’America sapeva tirare fuori dalla propria pancia, con una povertà di partenza che non impediva a chiunque di vivere il sogno di una vita migliore. Sua è anche la prima traduzione de “Il cammino della polvere” (in seguito “Chiedi alla polvere”). Bisognerà attendere oltre 40 anni perché un altro scrittore ed intellettuale italiano parli di nuovo di John Fante nei termini di Vittorini. E’ Tondelli a chiedersi come Fante abbia potuto per anni essere relegato dalla critica americana come semplice esponente della “letteratura di immigrazione”. Proprio Tondelli ci ricorda come seppe ispirare la beat generation e i suoi scrittori grazie al linguaggio veloce ed estremamente musicale, fino ad arrivare ad essere un autore fondamentale per Charles Bukowski. Quest’ultimo, scrittore in crisi di ispirazione, trovò nei libri di Fante quello che cercava dalla letteratura stessa, con “parole che scorrevano come fiumi”.

Ecco perché John Fante è perfetto per chi ama le storie di personaggi irregolari, che sono il tutto è il contrario di tutto, narrati in libri veloci da leggere ma più complessi nel disegno di ciò che sembra.

In circa 200 scorrevoli pagine, “Chiedi alla polvere” è “tre storie in una”, come rileva Alessandro Baricco nell’introduzione (pag V): una finisce bene, una è una lotta interiore (quindi si chiude in pari), l’altra finisce male. Come nelle nostre vite, in cui la felicità o la devastazione non possono essere mai totali.

Da dove iniziare allora, per approcciarsi a John Fante, secondo i libri che abbiamo letto? “Aspetta primavera, Bandini!” è l’opera prima, che getta le basi per tutte le successive. Gli avvenimenti della famiglia Bandini sono narrati in un’inusuale terza persona, con una citazione speciale per il tratto magnifico con cui è descritto il padre Svevo. “Chiedi alla polvere” è must, non serve aggiungere altro rispetto a quello che abbiamo detto. “Sogni di Bunker Hill” è una piacevole digressione sul mondo degli scrittori per Hollywood, forse il più divertente al netto degli immancabili risvolti conditi da houmor nero. Questo libro fu dettato da un Fante vecchio, cieco e storpio per il diabete, alla moglie Joyce ed ha il sapore nostalgico di un’opera della vecchiaia che narra echi della giovinezza. “Full of life” invece è in attesa di essere letto.

Tuttavia il capolavoro che si può leggere anche come primo se non si conosce l’autore è un altro libro della sua vecchiaia: “La confraternita dell’uva”. Summa di tutta l’opera di John Fante, lo scrittore racconta le vicende dei Molise – anche questa famiglia di italo-americani come i Fante e ii Bandini – dal ricongiungimento di tutti i loro componenti fino alla morte del padre Nick, altro personaggio indimenticabile e autobiografico. D’altronde, come sottolinea Niccolò Ammaniti nell’introduzione di “Aspetta Primavera”: “John Fante sapeva raccontare un piccolo mondo familiare, un paesino striminzito dal freddo con la stessa grandezza con cui Omero narrava le gesta di Greci e Romani” (pag. XI).

Ne “La confraternita” c’è forse il finale che preferisco di tutti i libri che abbia mai letto finora (saltate se non volete spoiler). Una madre che, dopo il funerale del padre dei propri figli ed aver pianto disperata per giorni, si gira e chiede alla prole sorridendo come solo le mamme italiane sanno fare: “E ora, cosa vi cucino? spaghetti con le polpette? Ne ho di buonissime a casa!”

L’attaccamento alla vita che va oltre la morte, con una tragedia che al momento giusto sa virare in commedia. John Fante siamo noi.

“Di nome faceva Arturo, ma avrebbe preferito chiamarsi John. Di cognome faceva Bandini ma lui avrebbe preferito chiamarsi Jones. Suo padre e sua madre erano italiani ma lui avrebbe preferito essere americano. […] Aveva la faccia lentigginosa, ma avrebbe preferito averla pulita. Frequentava una scuola cattolica ma ne avrebbe preferita una pubblica. Aveva una ragazza che si chiamava Rosa, e che lo detestava.”

(John Fante “Aspetta Primavera, Bandini!” – Pag 24)

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