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Paesaggio dopo la battaglia: i richiami di Vasco Brondi

Raro poter riflettere su un progetto artistico che è opera letteraria e album musicale insieme. Non abbiamo avuto bisogno di fare alcun accostamento come ci piace fare nei nostri angoli dei domenicali, perché la combo era già tutta lì, nel packaging del prodotto come nella mente di chi l’ha concepito. Attenzione: non stiamo parlando di un booklet con i testi delle canzoni e qualche foto. “Paesaggio dopo la battaglia”, l’ultimo lavoro di Vasco Brondi, è una serie di racconti nella forma della canzone e in quella della parola, con il ricordo dei giorni impossibili in cui il cantautore stava registrando l’album.

Vasco Brondi non è una novità per il panorama musicale italiano. Ha svolto importanti collaborazioni con artisti mainstream (come Jovanotti e Francesca Michielin) e soprattutto con autori molto influenti nel panorama indipendente italiano. A tal proposito, prendendo come riferimento il bellissimo album-concerto-happening-serata letteraria dell’estate 2020 “Talismani per tempi incerti” (non sapremmo come catalogare tanta musica e poesia tutta insieme), citiamo Massimo Zamboni, fondatore e chitarrista dei Cccp / Csi, con cui ha realizzato una toccante versione di “Annarella” dei Cccp e la giovane ormai non più promessa Margherita Vicario, con cui ha condiviso una intensa interpretazione di “Noi non ci saremo” di Guccini.

“Paesaggio dopo la battaglia”, album del 2021, è la continuazione ideale proprio di  “Talismani” ed è il primo vero lavoro di argomento post pandemico di un artista italiano, inteso come prodotto successivo a quei momenti difficili.

Siamo sinceri: quando lo abbiamo ascoltato abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Niente retorica sui balconi, sul tutto andrà bene, sulle torte fatte in casa in tempi di lockdown. Niente amore ai tempi del Coronavirus. In effetti sapevamo di doverci aspettare una visione poco semplicistica da un autore della sensibilità di Vasco Brondi, ma non si può dare nulla per scontato.

In ogni brano di “Paesaggio dopo la battaglia” è chiaro anzitutto il senso di precarietà della vita: pensiamo a “26000 giorni”, bellissima ouverture, che fa vedere da un’altra prospettiva i 71 anni che rappresentano l’aspettativa media di vita su scala mondiale. Poi l’ ascoltatore inizia un viaggio che è perfettamente descritto nel diario che accompagna il disco. Come dicevamo, non si tratta di una semplice spiegazione delle canzoni, se non in alcuni momenti. Più che altro sono pensieri raccolti in brevi capitoli che recano tutto il senso di disagio che l’autore ha vissuto in quei giorni, dunque siamo di fronte a un’opera letteraria a tutti gli effetti.

Un’oppressione che riguarda non solo la paura del contagio e il senso di prigionia dovuto alle restrizioni, ma spesso l’impossibilità fisica di potersi destreggiare nelle situazioni quotidiane, fra chiamate Zoom da luoghi improbabili a corse in ospedale fuori comune o regione.

È da questi piccoli racconti di vita quotidiana che Vasco Brondi ci fa capire da dove nasce il messaggio della sua opera, tutta racchiusa nell’ultima strofa dell’ultimo brano, “Il Sentiero degli Dei”: “siamo solo (due) forme di vita nel terzo pianeta del sistema solare”.

La caducità della vita, l’attrazione per le città che però a ben vedere sono solo agglomerati creati dagli uomini, i richiami irresistibili che i misteri della natura hanno sugli uomini, proprio perché attraverso di essa le persone possono pensare di vivere in armonia con l’universo.

Una semplicità quasi francescana, che ricorda tanto altri personaggi della musica che nel loro beato isolamento campagnolo o montano hanno trovato un senso alla propria vita, come Francesco Guccini o Giovanni Lindo Ferretti.

Ma se vogliamo Vasco Brondi è artista ancora più calato nei nostri tempi, perso com’è fra il sogno della grande città (Milano), la provincia in cui è nato (Ferrara) e i piccoli borghi della Liguria in cui cerca ispirazione. È un uomo che sta a suo agio, o scopre il suo disagio, alla stazione Centrale di Milano, osservando il Po da un argine o in una casupola montana senza internet o telefono. Il suo album esprime spiritualità mistica se non religiosa, fra riferimenti a Sant’Agostino e all’opera di Folco Terzani. Mondano e mistico, fra ricordi di viaggi in India mischiati a mascherine e distanziamento.

Non è azzardato dire che l’ascolto di “Paesaggio dopo la battaglia” equivale a vivere un momento di meditazione.

Alla fine resta l’idea di autenticità, disagio che diventa arte, urgenza di esprimere i propri sentimenti. Non dimenticheremo Vasco Brondi emozionarsi per aver letto un brano di Tondelli durante un evento in Unibo a cui abbiamo avuto il privilegio di assistere (eh beh… cose di lavoro) perché chissà quale particolare richiamo aveva suscitato in lui.

Finirete di ascoltare questo disco con la voglia di leggere il diario e una volta letto il diario vorrete ricominciare daccapo riascoltando il disco. Pensando a come impiegare bene i vostri 26.000 giorni perché tutto può finire all’improvviso, ad abbracciare chi amate senza pensare “in che epoca siamo”, a guardare dalla finestra questa Italia benedetta e maledetta, paesaggio bellissimo e disperato dopo la battaglia.

“Bello Mondo”

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini

e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico

e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo

per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre

per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova

io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi

per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.

Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.

Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.

E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che se move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi.

(Poesia di Mariangela Gualtieri, recitata da Vasco Brondi come ultima traccia dell’album “Talismani per tempi incerti”)

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