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Da Instagram alla lattuga: intervista ad Alessandro Carnevale

Caro Alessandro, ho letto con piacere Da Instagram alla lattuga, trovando molti spunti di riflessione sulla mia attività su Instagram e non solo.
Innanzitutto ti chiedo: perché Da Instagram alla lattuga?
Lo hai spiegato benissimo a pagina 150;-)
Vuoi dirmelo anche qui?

Alessandro:
Sono due immagini lontanissime Da una parte Instagram, il mondo digitale, i social network e dall’altra  la lattuga, la verdura, il mondo analogico, la terra: entrambe diventano un racconto d’arte, a modo loro, quando impariamo a osservare, quando (ri)cominciamo a guardarci attorno con una consapevolezza diversa. Il senso del libro è proprio questo: smettere di immaginare l’arte (soprattutto quella contemporanea) come un complicato affare da intellettuali e tornare a “viverla” come modo di approcciarsi alla realtà.

—-
Sei un artista e anche attore! Hai infatti interpretato il ruolo del prof. d’arte nel reality Il Collegio.
Come ti si è presentata questa opportunità?

Alessandro:
In realtà io non sono un attore. All’interno del programma TV “interpreto” me stesso: nelle mie lezioni non seguo alcun copione e tutto ciò che accade è una relazione spontanea fra insegnante e studenti. Mi hanno contattato da Banijay (la casa di produzione del reality) proprio perché ho un passato da docente ed esperienza in campo artistico. Non so dire con esattezza quale sia il motivo per cui sia stato scelto; ho ricevuto una mail nella primavera del 2018 in cui mi veniva chiesto di affrontare un colloquio informale per l’eventuale partecipazione ad un docu-reality RAI. Durante il “provino”, ho dovuto tenere una lezione ad un ragazzo ribelle che detestava la scuola. Non mi aspettavo nulla del genere: eppure è andata molto bene – perché ho fatto quello che avrei fatto nella vita di tutti i giorni, quello che farei in aula.

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Ho trovato il tuo libro un valido excursus nel mondo dell’arte, da quella classica a quella contemporanea, rapportata al nostro modo di vivere, oggi, i social.
Come definiresti quindi il tuo libro? A chi è dedicato?

Alessandro:
È un libro per tutti. Per chiunque abbia voglia di leggere un libro e ritrovarsi con più domande di prima. Perché l’arte è soprattutto questo: un modo tutto nuovo di vedere la realtà. Un modo inedito di approcciarsi alla complessità, senza averne paura, senza avere paura di “sbagliare” l’interpretazione di un’opera. Questa è l’inerzia mentale (alimentata, va detto, anche da critici e sedicenti filosofi estetici) che accompagna mediamente l’approccio all’arte contemporanea. Spero, nel mio piccolo, di poter offrire un’opinione radicalmente diversa. E magari far cambiare idea, tanto a chi si rifugia dietro il “potevo farlo anche io”, tanto a chi pensa che l’arte sia troppo “difficile” da comprendere.

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Tutti abbiamo bisogno dell’arte e tutti siamo in grado di mostrarla.
Mi è piaciuto tantissimo (ho sottolineato praticamente tutto il libro:-)) sentirmi dire che “l’arte è preziosa, aiuta a difenderci”.
Mi spieghi meglio?

Alessandro:
L’arte è narrazione, racconto, perfino – per restare nel territorio digitale – “storytelling”. Riuscire a discernere ciò che è finto da ciò che rappresenta la realtà senza alcun filtro artistico è molto complesso, specie in un mondo dove la comunicazione è velocissima e formata da testi (nell’accezione semiotica del termine) prevalentemente visivi. L’attitudine ad osservare le immagini, la voglia di andare oltre la superficie, è un talento che si allena. Nel libro c’è un intero capitolo intitolato “L’Arte è una palestra”: io ne sono convinto, sul serio. L’arte è un modo per difenderci dall’arte stessa – nel senso che l’arte permette a uno sguardo allenato di rintracciare sé stessa. Di scostare il velo patinato e scorgere la finzione. Nel bene e nel male.

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A un certo punto affermi: l’essere artisti della propria vita, non è mai stato così facile.
Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi pensa di non avere niente a che fare con l’arte della propria vita? E’ un concetto valido solo per chi usa i social e Instagram in particolare?

Alessandro:
Come scriveva Baumann: “ognuno di noi è artista della propria vita, che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no”. I social hanno solo reso più esplicita la fase di auto-rappresentazione individuale. Ma chiunque crea un racconto di sé, indipendentemente da Instagram o Facebook. Il mondo digitale, semplicemente, ha reso più veloce e semplice il meccanismo narrativo insito nelle relazioni (almeno quelle superficiali). Noi tutti applichiamo un “filtro” artistico nel momento in cui raccontiamo noi stessi. È un male? No. Ma è pericoloso non averne consapevolezza. Se io paragono la mia esistenza a quella raccontata dagli altri utenti sui Social network, finirò col competere con una narrazione. Finirò col provare invidia e gelosia di un racconto. Il culto della personalità, l’ansia da prestazione sociale, la cultura della performance nascono da una scorretta percezione della (auto)rappresentazione. L’arte contemporanea, già a partire dagli anni ’60, indagava queste dinamiche. Riscoprire certe opere – poterle rileggere, oggi, alla luce del web 2.0 – ci permette di vedere che i social non fanno che amplificare alcuni meccanismi insiti nella comunicazione di massa. Alla fine siamo sempre lì: se Andy Warhol fosse ancora tra noi, oggi farebbe senz’altro l’influencer.


Grazie, Alessandro, per questa bella chiacchierata e soprattutto per averci offerto un punto di vista originale e diverso sull’arte e i social che oggi viviamo. A me personalmente, sei stato molto utile.

 

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