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Bruciare in fretta o spegnersi lentamente? Gente di Dublino nella musica di Neil Young

Neil Young è uno degli emblemi del rock anni ’70 americano, pur essendo canadese. E’ l’uomo del sound grezzo ed acustico per eccellenza, ma anche di brani grintosi e aggressivi. A volte ama vestirsi da predicatore,come quando in Alabama critica ferocemente il razzismo latente nell’America del Sud.  Subito dopo si mette i panni dell’umile peccatore: non ci pensa due volte a dare ragione ai Lynyrd Skynyrd di Sweet Home Alabama, che nel loro inno sudista ricordano di non avere bisogno delle critiche di “Mr. Young”.

Neil Young è tutto e il contrario di tutto, ma forse più di tutto è uno dei più grandi cantori della storia del rock, che celebra in tutti i suoi generi passati e futuri (da Elvis al punk di Johnny Rotten, leader dei Sex Pistols) in uno dei suoi brani più conosciuti: My My Hey Hey (e Hey Hey My My) . Qui d’altronde esordisce con un’altra massima iconica: “Rock n roll  is here to stay”, ovvero il rock n roll è qui per restare. Dovremmo tenerlo a mente proprio oggi,in cui si sente affermare da più parti che il rock non ha più nulla da dire.

Nelle due versioni del pezzo contenute nell’album Rust Never Sleeps, la ballad acustica “Out of the Blue” e l’elettrica pre-punk o grunge  “Into the Black”,  Mr. Young ci consegna fin dalla prima strofa una di quelle frasi che tutti noi abbiamo sentito da qualche parte in uno show televisivo, scritto a caratteri cubitali sul muro del bagno del liceo, oppure letto sul motto del profilo Facebook di un amico spavaldo:

“It’s Better to Burn Out Than to Fade Away”

(“è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”).

Di sicuro la conosceva bene Kurt Cobain, che nella sua ultima lettera chiarì rivolgendosi alla moglie e alla figlia: “I don’t have the passion anymore, and so remember, it’s better to burn out than to fade away”.

Kurt Cobain aveva citato Neil Young e aveva usato le parole di quest’ultimo per dire che la passione per la musica era finita. Mi chiedo tuttavia se Neil Young avesse in mente Micheal Furey quando mise nero su bianco il testo di My My Hey Hey.

Per scoprire chi fosse veramente Micheal Furey occorre fare un salto temporale di ben 90 anni, dalla Seattle del 1994 alla Dublino del 1904, contesto nel quale James Joyce ha ambientato la sua raccolta di racconti “Dubliners” (tradotto in italiano con “Gente di Dublino”).

Joyce era già incredibilmente rock per gli anni in cui viveva, basti pensare ad alcuni dei temi fondamentali che ha trattato in “Dubliners”: la paralisi, che impedisce agli abitanti di Dublino di cambiare un modus vivendi già scritto nella loro tradizione (ne sanno qualcosa gli U2, che all’ inizio della loro scalata al successo pensarono di mollare per non andare contro alla propria educazione religiosa) , l’ epifania intesa come episodio rivelatorio di una vita  e la morte. Che cosa ci può essere di più grunge di parlare della morte, confonderla con la vita e renderla oggetto della propria lucida follia?

Il racconto più lungo di “Dubliners”, quello che conclude la raccolta, si intitola proprio ”The Dead” (“I Morti”). Non narra avventure macabre o gotiche alla Edgar Allan Poe, ma un episodio della vita di una coppia benestante di Dublino, che passa una festa in famiglia con molte altre persone. Una serata invernale danzante per Gabriel e Gretta, che tornano a casa apparentemente stanchi e felici come mille altre volte. Appena però Gabriel legge in Gretta un’espressione assorta e triste, le chiede quasi per consuetudine cosa c’è che non va: le parole della moglie danno una svolta diversa non solo alla serata, ma rivelano qualcosa di diverso sulle loro vite e su quelle di tutte le persone che stanno loro intorno.

Una motivetto passato durante il ballo (galeotta fu sempre la musica) ha fatto riaffiorare in Gretta il ricordo di un amore giovanile. Fin qui nulla di cui preoccuparsi per Gabriel, che cerca di liquidare il fatto con una scrollata di spalle. Ma è una frase di Gretta a far cambiare tutto:

“I think he died for me”

(“Io penso che sia morto per me”)

Il fidanzatino di Gretta, già gravemente provato da una malattia, aveva sfidato condizioni atmosferiche avverse per vederla un’ultima volta prima che lei partisse. Le conseguenze di quel gesto avevano aggravato la sua condizione ed era morto poco dopo.

Quel ragazzo si chiamava Micheal Furey, aveva detto lei al marito prima di crollare in un sonno profondo.

Ecco allora che Joyce ci regala una delle pagine finali più intense della storia della letteratura, in cui tutto è descritto a pennellate fini,quasi si trattasse di un’opera pittorica: Gabriel guarda fuori dalla finestra e inizia a vedere la neve scendere sugli alberi del giardino. Pensa distintamente a come nella sua condizione di vita si siano invertiti i ruoli dei vivi e dei morti, perchè in un gesto come quello di Micheal Furey c’è l’essenza stessa della vita, mentre le persone con cui passa le giornate (e le serate) sono in realtà morti viventi. Lui e la moglie compresi.

Ed è più o meno nel momento in cui letteratura, musica e pittura si intersecano che Joyce scrive quella frase, come frutto del flusso di coscienza di Gabriel: ““Better pass boldly into that other world, in the full glory of some passion, than fade and wither dismally with age” (“Meglio passare a miglior vita baldanzosamente, nel pieno splendore di qualche passione, piuttosto che appassire e spegnersi lentamente di vecchiaia”).

Vi ricorda qualcosa?

Adesso Gabriel vede distintamente la figura di un ragazzo sotto la neve in giardino.

E’ Micheal Furey? Elvis Presley? Jimi Hendrix?

A  chi pensava in realtà Mr. Young quando scrisse Hey Hey My My?

Non importa: sicuramente si tratta di qualcuno che ha vissuto la sua vita così intensamente – e spesso ingenuamente – fino al punto di sacrificarla.

Se c’è qualcosa per cui vale la pena di morire allora si è trovato il senso della vita.

E del rock n roll.

Proprio come ha fatto Gabriel nella frase finale del racconto, “mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.”

Ma forse in inglese il sound è ancora più grunge, o punk  se preferite:

“His soul swooned softly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.”

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