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Quale allegria? Su Leopardi, Dalla e la Natura

Lo spunto per costruire il ponte settimanale fra letteratura e musica ce l’ha fornito la terza pagina de “La Lettura” del 20 marzo. Nel pezzo intitolato “Il futuro è un impegno collettivo” uno psichiatra, uno psicoanalista, un neuro scienziato, un filosofo e uno studioso di Leopardi si sono interrogati su quale lezione lasceranno questi giorni pandemici e come dovremmo aspettarci il mondo che verrà dopo.  La tipologia di figure scelte per compiere questa analisi non lasciano dubbi: per analizzare il presente e avere una visione sul futuro occorre avere un approccio scientifico e lanciare uno sguardo alle grandi opere del passato, letterarie e non solo.

Per capire quanto la lezione di Leopardi sia attuale al giorno d’oggi non occorre per forza tornare con la mente sui banchi di scuola.  Nei nostri ricordi di liceali l’autore veniva bollato infatti da molti come la quintessenza dello sfigato, a maggior ragione – diciamolo – perché materia di “studio matto e disperatissimo” in temi e interrogazioni.

Oggi dovremmo immaginare Leopardi come un giovane ragazzo in quarantena, secchione e sensibile quanto basta,  che di certo non avrebbe disprezzato di dialogare con qualche coetaneo in videochiamata.

L’approccio di Alessandro D’Avenia ne “L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita” va in questa direzione: si tratta di un insieme di lettere indirizzate in modo amichevole al poeta di Recanati, che con quel “Caro Giacomo” all’inizio di ognuna rende il poeta ostico per antonomasia improvvisamente “uno di noi”. Una corrispondenza epistolare che ha finalità divulgative: anche grazie a D’Avenia possiamo capire che la modernità di Leopardi non è solo nella raccolta delle poesie e dei canti che molti di noi recitano ancora a memoria dopo tanti anni (“L’infinito”, “A Silvia”, “Il sabato del villaggio”), ma la sua sconcertante attualità in questi giorni distopici risiede nel timore e nel rispetto verso la natura, vista come potenza creatrice e insieme distruttrice. Non c’è dubbio: rispetto ad essa l’uomo è destinato a soccombere e qualsiasi speranza di salvezza è pura illusione. Il dialogo fra gli eruditi su “La Lettura” verte proprio su questo aspetto della poetica leopardiana, ma basta aprire il capitolo che D’Avenia dedica all’opera “La Ginestra” per trovare i riferimenti a ciò che ognuno di noi vive in questi giorni: un terribile senso di solitudine e impotenza che sottende un grande attaccamento alla vita. Il fiore a cui Leopardi si rivolge per cantare la caducità della condizione umana potrebbe essere lo stesso che ognuno di noi vede in questi giorni di quarantena dalla propria finestra e a cui magari verrebbe voglia di parlare, al solo scopo trovare un po’ di consolazione per noi stessi.

Quale allegria, diceva Lucio Dalla nell’omonimo album “Com’è profondo il mare”. E’ vero che si tratta del primo disco veramente “nazionalpopolare” della sua memorabile trilogia di fine anni ’70, ma è anche il più pessimista, il più criptico, il più doloroso, forse il più politico. Già la copertina rimanda a un’immagine leopardiana: la luna riflessa nel mare ricorda subito “Alla Luna”, uno dei canti più dolenti del letterato marchigiano. Anche Dalla nel pezzo che dà il titolo all’album si esprime attraverso un testo pieno di umanità e rispetto per la natura, con immagini apparentemente sconnesse ma che insieme avrebbero potuto benissimo far parte di uno “Zibaldone”. Anche nei brani in cui il cantane bolognese ironizza e gioca c’è più di un filo di amarezza, come in quel “Disperato Erotico Stomp” che si sviluppa tutto sull’attesa di un piacere che alla fine viene consumato sì, ma in versione solitaria. Tuttavia è in “Quale Allegria” che la poesia di Dalla diventa trasversale ai periodi storici e passa dalla sua sfera individuale a quella della collettività: qui è capace di cantare l’assenza con grazia e malinconia, facendo percepire il proprio dolore senza urlarlo mai.

Cosa c’è di più leopardiano e (ahimè) di più attuale dell’essere consci che le cose devono fare il proprio corso, che tutto passerà ma non si sa quando? Non resta che accettarlo senza dover mostrare un’allegria forzata.

Aveva ragione la mia mitica prof di italiano del liceo, quando mi diceva che la vera grandezza di Leopardi non è solo nello spirito “pop” di certe liriche entrate nell’immaginario collettivo, ma nella difficoltà delle opere filosofiche, in particolare in quelle dedicate alla natura: personalmente, anche nel libro di D’Avenia, le ho trovate quelle più interessanti. Lo stesso approccio è necessario per ascoltare Dalla mentre ci racconta la profondità del mare: qui non c’è nessun amico a cui scrivere per distrarsi un po’ (al limite lo videochiamiamo su WhatsApp), non si vede nessuna donzelletta che vien dalla campagna sul calar del sole (le passeggiate sono vietate), non ci sono Anna e Marco dentro a un bar (i bar sono chiusi), né un muretto oltre il quale sognare l’infinito (anche i parchi sono inaccessibili). Adesso è il tempo di letture e dischi di riflessione, quelli che stimolano a fare uno sforzo di comprensione in più, visto che abbiamo tanto tempo a disposizione. Nella speranza che la natura governi il corso delle cose nella maniera più clemente per tutti noi.

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