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Il Colibrì di Sandro Veronesi: tra velocità e immobilità

Di questo libro ha già parlato Marco per #langolodeivinili , ma oggi voglio parlarvene io dato che ho appena finito di leggere Il Colibrì con il gruppo di lettura che ho organizzato #inattesadellacinquina del Premio Strega e che ha visto la partecipazione di tante lettrici appassionate.

Sapevo già che Veronesi non mi avrebbe delusa per la sua scrittura fluida e trepidante, un fiume in piena come se parlasse, coinvolgente e inebriante. Direi anche capace di stordire.

Uno degli aspetti che mi ha colpito di più e che mi ha anche ispirato il titolo di questo post, è appunto la figura del colibrì, associata sin dalle prima pagine al protagonista di questo romanzo struggente.
Non è un caso che siano state a parlare di Marco Carrera come un colibrì proprio le donne più importanti della sua vita, la madre e l’amante, con due connotazioni diverse e soprattutto distanti.

La madre, infatti, di fronte al deficit di Marco sulla sua crescita, aveva coniato per lui il soprannome coilibrì per rimarcare che, insieme alla piccolezza, in comune con quel grazioso uccellino aveva anche la bellezza e la velocità, fisica e mentale.

La sua amante, nell’ultima lettera (dicembre 2018, cui segue l’ultima di Marco per lei), lo definisce colibrì per il motivo opposto.Gli scrive:

“Tu sei davvero un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo”

Ma fermo per cosa?
Gli viene rimproverato di non concepire i cambiamenti, di restare appunto fermo, immobile, avvinghiato alla vita e alle esigenze degli altri.

Ma è poi così sbagliato?
Ho trovato in Marco Carrera una dolcezza infinita, nel suo rapportarsi alla famiglia, agli amici, all’amore. Il suo dedicarsi completamente a chi ha bisogno del suo aiuto, a volte sconfinando verso comportamenti per me personalmente inaccettabili, ma tant’è. Il mondo è bello perché è vario.
Però appunto vi ho trovato, soprattutto sul finale, una forte contraddizione.

Il Marco Carrera che ho imparato a conoscere pagina per pagina, tra lettere, pezzi narrativi e chat non è lo stesso delle ultime pagine.

Infatti ve la dico grossa ma ve la dico: io avrei fatto terminare il libro a pagina 313 e cioè con l’ultima lettera di addio di Marco a Laura, lasciando da parte la lunga descrizione degli anni 2016 -2029 e soprattutto il 2030 (fondamentalmente io avrei fatto a meno degli ultimi 5 capitoli).

Ecco, con gli ultimi capitoli mi è crollato un mito, il mito di un uomo che non si è lasciato sconfiggere dalle mille avversità della vita, a partire dal suo deficit legato alla crescita; un uomo che si è rimboccato le maniche sempre e comunque nei confronti della sua famiglia un po’ sgangherata, della moglie labile mentalmente e della figlia che credeva di avere un filo attaccato alla schiena.
Un uomo che ha continuato a scrivere per anni al fratello lontano, anche senza ricevere risposta, e che di fronte a dei lutti dolorosissimi ha sempre capito perché valeva la pena rialzarsi e continuare a lottare, senza fare pesare niente a nessuno. Mai.

Un uomo che ha vissuto uno degli amori più belli di sempre, per tutta la vita, anche se platonico e affidando alla carta e poi alle mail le sue bellissime parole d’amore.

E poi? cosa succede poi?
Perché questo cambio di rotta improvviso, perché gettare la spugna così?
Ma soprattutto perché un uomo che ha accettato, nel tempo, i mille cambiamenti dettati dalla vita – infatti non sono d’accordo quando Laura gli rimprovera di essere stato sempre immobile – smette di lottare?

Non ho inoltre nemmeno apprezzato la “fine” che fa fare alla stupenda nipote (no, non muore tranquilli!), ricca di altissime qualità che sfrutta, si, in modo innovativo (non vi dico come per non spoilerare) ma che ha tutto il sapore di una “critica” sociale che l’autore ha voluto appositamente inserire.
E va bene, ci sta. Così come ci sta il modo in cui ha deciso di terminare il suo romanzo.

Dico solo, peccato perché ho letto l’ultima pagina, si, con le lacrime agli occhi (io sono facile al pianto) ma allo stesso tempo con un senso di inquietudine e insoddisfazione che mi hanno lasciata perplessa e persino triste.

La vita di Marco Carrera, raccontata attraverso l’intreccio di diversi generi narrativi e i salti temporali tra presente e passato (tanto che è necessaria una grande concentrazione), entra sicuramente dentro la mente del lettore, tanto da ripensarci anche a giorni di distanza. Un po’ come successo con il suo Pietro Paladini di Caos Calmo.

Ed è forse questa una delle qualità letterarie di Sandro Veronesi, e cioè

farti entrare in empatia con i suoi personaggi tanto da non volerli abbandonare mai.

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3 Commenti

  1. Giorgia 27 Marzo, 2020

    Mi è piaciuto molto il taglio e la franchezza sul finale

    Rispondi
  2. Lara 6 Aprile, 2020

    Splendida recensione, mi ritrovo in pieno!

    Rispondi
    1. Viviana Sarti 8 Aprile, 2020

      Grazie:-)

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