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Spleen: Charles Baudelaire e Jim Morrison

Ci concediamo un’incursione nel mondo della poesia per omaggiare Charles Baudelaire, il grande poeta francese di cui pochi giorni fa è ricorso il 200esimo anniversario della nascita, collegandolo forse al più grande poeta della musica rock, il leader dei The Doors Jim Morrison.

Chi conosce la parabola artistica di Jim Morrison, o anche solo chi ha visto il film di Oliver Stone con Val Kilmer e Meg Ryan (un classico degli anni ’90) avrà sicuramente percepito l’iniziale imbarazzo del cantante nell’aprirsi al mondo della musica: per lui il terreno più adatto è senza dubbio la poesia, in cui può esprimersi senza dover combattere con la propria estensione vocale. La storia della musica ha poi messo a tacere ogni ragionevole dubbio, tuttavia è innegabile che nelle canzoni dei Doors le parole siano più complesse da analizzare rispetto all’apparente affabilità delle tastiere o del blues (a volte un po’ latino) delle chitarre. Morrison compone partendo dalla semplice osservazione di ciò che accade intorno a lui, ma cerca il modo per attraversare lo specchio e vedere il mondo per quello che è veramente. Ecco allora che si spalancano le porte della percezione (come il titolo del romanzo “The Doors of Perception” di Aldous Huxley, da cui è nato il nome della band), ecco una natura diversa che mostra significati nascosti e misteri che possono essere risolti solo da una mente superiore che parla attraverso la poesia.

Ancora: lo spleen inteso come naturale vocazione all’inquietudine, la melancolia come tratto distintivo dell’uomo di genio, la corrispondenza tardo-romantica fra uomo e natura, lo smodato uso di droghe accomunano Jim Morrison e Charles Baudelaire in maniera – è proprio il caso di dirlo – stupefacente.

Nella sua raccolta “I fiori del male”, Baudelaire compie (a detta sua) un viaggio in quell’inferno stesso che è la vita. Nella poesia forse più famosa, “L’albatro”, l’artista si riconosce superiore alla morale borghese e ed è proprio la sua capacità di percepire quanto la maggior parte delle persone non è in grado di vedere, a portarlo ad una netta chiusura verso il mondo esterno che può essere solo in parte lenita dall’urgenza dell’espressione artistica. I motivi che portano Baudelaire a scrivere sono gli stessi che muovono Morrison, uno nella Francia di metà Ottocento, l’altro nell’America della rivoluzione culturale degli anni ’60. Il rigetto della società borghese non è il solo elemento in comune ai due: in “Corrispondenze” il letterato francese mostra tutta la sua sensibilità nel trovare il punto di apertura che un oggetto, un profumo, un elemento della natura può avere verso l’essenza stessa del mondo. Questo dono porta il poeta ad essere per forza diverso dagli altri, un vero maledetto che da un lato viene trattato come reietto dall’uomo comune, dall’altro aspira ad elevarsi come un albatro proprio su chi pensa di relegarlo in un angolo.

Questa ricettività porta ad ossessione, a maledizione e dunque a morte. Una fine che arriva soprattutto per una condotta di vita sopra le righe, con abusi di sostanze e comportamenti poco morigerati che non possono non avere conseguenze sul fisico. Se la droga di Baudelaire è il tanto mitizzato assenzio, per Morrison sono soprattutto le sintetiche degli anni ’60 a farlo camminare sul filo del rasoio, fino alla morte sopraggiunta a 27 anni, dopo un mix letale, nella vasca da bagno della sua casa di Parigi. Per Baudelaire il colpo finale arriva a 46 anni, per un ictus cerebrale mentre è in corso la sifilide.

Non poteva andare in altro modo, se ci pensate, per due artisti che hanno vissuto la vita spingendo al massimo il proprio spleen, ovvero il profondo malessere che è sempre la condanna di chi ha una sensibilità fuori comune e la esprime con l’arte. Essere diversi per loro ha significato entrare nel mito, per altri vuol dire solo subire ogni giorno sguardi affilati. Per tutti si è espresso Jim Morrison: “No one remembers our name, when you are strange. (…) People are strange, when you are a stranger”.

Spesso, per divertirsi, i marinai
Prendono degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, pigri compagni di viaggio,
Le navi in volo sugli abissi amari.
L’hanno appena depositato sulla tolda [il ponte della nave],
E già il re dell’azzurro, maldestro e impacciato,
Strascina pietosamente accanto a sé
Le grandi ali bianchi come se fossero remi.
Com’è sinistro e fiacco il viaggiatore alato!
Lui, poc’anzi così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli mette la pipa sotto il becco,
Un altro, zoppicando, imita lo storpio che volava!
Il Poeta è come lui, principe delle nubi
Che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
Esule in terra fra le grida di scherno,
Le sue ali da gigante gli impediscono di camminare.
(Charles Baudelaire – L’albatro)

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.
Profumi freschi come la pelle d’un bambino,
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza
che tende a propagarsi senza fine – così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.
(Charles Baudelaire – Corrispondenze)

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