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Peter Handke, lo sguardo del bimbo sopra Berlino

Quando nel bel mezzo di una giornata lavorativa (10.10.2019) ho sentito in radio il nome di Peter Handke associato al Nobel per la letteratura, ci ho messo qualche minuto a tirare fuori dal cassetto i ricordi di un periodo della mia vita in cui queste forme d’arte erano oggetto di studio.

Premetto e ammetto: non ho mai letto un suo libro, però ho avuto la fortuna di vedere alcune delle sue parole più incisive diventare cinema grazie a Wim Wenders.

Ho sempre apprezzato il cinema di Wim Wenders per lo sguardo delicato verso l’umanità, il modo romantico (nel senso teutonico e poco sentimentale del termine) di descrivere i tormenti più intimi delle persone e l’attenzione per musica alternativa: uno dei brani più belli ma forse non così conosciuti degli U2, “Until the End of the World”, è stata scritta per il suo film omonimo. Wenders fa pensare i bambini come adulti e gli adulti come bambini. Il protagonista autistico di “Paris Texas” viene preso per mano dal figlio per tutta la durata della storia, in un inaspettato ma inevitabile ribaltamento dei ruoli.

Dietro i passaggi più delicati e memorabili del cinema di Wenders, c’è molto del premio Nobel Peter Handke, poeta e scrittore austriaco.

 

Se vogliamo, è un po’ quello che succede per Bernie Taupin e Elton John, oppure per Mogol e Battisti: Handke il paroliere, Wenders il musicista, che sa parlare attraverso gli sguardi dei suoi personaggi.

Handke ha scritto la sceneggiatura de “La paura del portiere prima del calcio di rigore” e “Falso Movimento”, film che hanno consacrato Wenders all’attenzione di pubblico e critica fin dalla prima metà degli anni ’70. Il punto più alto del loro sodalizio è “Il cielo sopra Berlino” del 1987, opera ormai entrata nell’immaginario collettivo, se vogliamo anche grazie alle cronache calcistiche e ai remake americani

Per questo film l’artista austriaco scrive lettere e flussi di coscienza che fanno sembrare i personaggi della Berlino di fine anni ’80 dei moderni Omero o Leopold Bloom.

 

“Il cielo sopra Berlino” è infatti una sorta “Odissea” (o “Ulisse” di Joyce) i cui attori principali sono i pensieri sparsi dei personaggi.  Gli angeli li percepiscono come discorsi di senso compiuto, mentre le persone comuni (spettatori compresi) li intuiscono attraverso gli sguardi assorti e dolenti degli attori.

Gli occhi dei berlinesi, sempre sospesi fra un passato sofferto e un futuro incerto, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio in famiglia che abbiamo fatto qualche anno fa nella capitale tedesca. Rileggevo i monologhi di Handke in tutti quelli che guardavano fuori dal finestrino sul bus o erano in fila per prendere un caffè: ne parlai con Viviana e anche lei, pur non avendo mai visto il film, aveva avuto percezioni simili. Lo sottolineò pochi giorni dopo sul suo blog.

Anche lei stava leggendo Handke senza saperlo. O vedendo Wenders, non so.

 

Fra le motivazioni principali dell’assegnazione del premio Nobel a Peter Handke c’è «il lavoro influente che con ingenuità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana». Se non avete mai letto nulla di Handke, o visto niente di Wenders, l’occasione buona è qua sotto: ecco l’incipit de “Il cielo sopra Berlino” in parole e immagini, con il meraviglioso “Elogio dell’infanzia”.

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Elogio dell’infanzia

Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,
si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,
e con il cavolfiore bollito,
e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,
giocava con entusiasmo,
e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,
soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,
per nutrirsi gli bastavano pane e mela,
ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,
le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,
ed è ancora così,
le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed è ancora così,
a ogni monte,
sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,
e in ogni città,
sentiva nostalgia per una città ancora più grande,
ed è ancora così,
sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,
com’è ancora oggi,
aveva timore davanti a ogni estraneo,
e continua ad averlo,
aspettava la prima neve,
e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,
lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,
che ancora continua a vibrare.

(Peter Handke)

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