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Bologna: tre regole e un sogno americano

Bologna, Via d’Azeglio.

La strada che percorrevo come un fulmine durante il primo anno di università, mentre facevo la spola fra il teatro la Soffitta, sede delle lezioni del DAMS, e la stazione dei treni. Non sapevo che nella piazzetta che si trovava circa a metà della via, e che nella fretta non guardavo praticamente mai, c’era l’essenza della città stessa. La casa di Lucio Dalla.

Già, perchè mi piace citare il poeta bolognese Luca Gamberini: “Lucio è ormai come un monumento della città. E i monumenti sono lì a ricordare il passato a farsi ammirare nel presente e sono l’unica cosa certa del futuro perché sempre resteranno al loro posto”. Come per dire che se quando si parla di Bologna in musica non si dà spazio anche agli altri, si rischia poi di parlare solo di lui.

Bologna è Lucio Dalla ed è musica, musica e parole, libri e note. E puoi viverla in tre modi diversi, che poi sono quelli che abbiamo inserito nella foto a corredo di questo post.

Puoi viverla come Luca Carboni, da bolognese doc.

Un po’ schivo, un po’ stranito, quasi a voler difendere pigramente l’identità di una città che spesso i bolognesi stessi definiscono un “paesone” ma che grazie a cultura, università e musica ha visto integrarsi mondi diversi. Nella Bologna di fine anni ’70, che era la Berlino italiana, dove le etichette musicali indipendenti nascono intorno a locali entrati nel mito, Carboni ci racconta invece storie semplici di ragazzi di periferia, come Silvia e Luca, fino ad arrivare negli anni a parlare di fughe malinconiche verso il mare (“Mare Mare – Bologna Riccione”) e di una città sempre più cinica e indifferente, specchio dei nostri tempi (“La mia città”). Alla fine, un paio d’anni fa, è come se avesse voluto chiudere il cerchio: “Bologna è una regola, che hai provato a insegnarmi tu. Non lo dimentico più.”. Il profumo delle sere di Maggio diventate formula matematica. 

Puoi viverla come me e Calcutta, da italiano immigrato dalla provincia italiana.

Eccoci qui allora  a dare un senso alle nostre vite a in questo luogo nè troppo grande nè troppo piccolo. Calcutta ha scelto di viverci e la cita già in “Gaetano”, prima canzone del suo primo album. La svastica che disegna in centro è una boutade, quasi un modo di farsi notare dietro quella felpa e cappuccio obbligatorio se sei un cantautore “indie”. Da Bologna puoi parlare di altre città vicine o lontane, come Pesaro o Frosinone, o sognare Milano (ebbene sì, lo aveva fatto anche Lucio), ma forse è più semplice riuscirci quando hai trovato un luogo da chiamare “casa”, almeno per un po’.

Puoi viverla infine come John Grisham, da straniero ammaliato dal fascino un po’ dark dei portici.

L’autore americano di thriller ricchi di suspance, dedicati a un pubblico che ama l’azione e gli intrighi politici, ha ambientato buona parte di uno dei suoi bestseller proprio a Bologna. Lessi “Il Broker” perchè in città se ne parlava molto al tempo della sua uscita: lì per lì non si capiva cosa potessero entrarci due mondi in apparenza così lontani, che poi sono quelli che oggi abbiamo unito nella foto del post. Non so se si tratta del romanzo migliore di Grisham, ma consiglio di leggerlo per osservare l’approccio di un americano di città nei confronti della storia millenaria della nostra vecchia cara Europa. Certo, i colpi di scena e gli inseguimenti sotto i portici sono ricchi di quegli effetti da cinema che troveremo nella Roma de “Il codice da Vinci” di Dan Brown, ma tutto sommato possono starci nel contesto di una città in cui, citando Carlo Lucarelli in “Almost Blue”, “tutto non è mai come sembra”.

La città in cui Anna e Marco di Lucio Dalla “ballano e si scambiano la pelle”, pensando a un’ America lontana, irraggiungibile come la luna. Proprio quell’ America in cui John Grisham forse sognava già Bologna.

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