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Stoner, il libro che non si dimentica

Ho riletto per la seconda volta Stoner, romanzo di John Williams (Fazi editore) che ha ottenuto il successo meritato soltanto molti anni dopo la sua pubblicazione avvenuta nel 1965.

Arrivato in Italia nel 2012, io l’ho letto qualche anno fa e quest’anno ho sentito il bisogno di rileggerlo per “ritrovare” un amico, un uomo a cui si resta inevitabilmente affezionati.
Perché?
E’ inevitabile.

La vita “normale” di Stoner avvinghia il lettore sin dalle prime pagine, quando viene presentato il suo mondo “polveroso”, la sua famiglia umile (un padre e una madre, contadini, con cui parla poco ma di cui ho percepito la voglia di poterlo fare, in ogni istante), la sua voglia di studiare per migliorarsi, la paura di dirlo, di non sentirsi all’altezza degli altri studenti, nell’Università del Missouri dove approda nel 1910, per studiare, come da piani, agricoltura per poter un giorno aiutare il padre sui campi.

Indimenticabili la prima lezione di letteratura inglese, i suoi capogiri di fronte alla poesia, il suo mettere in discussione tutta la sua vita, il solito cappotto d’inverno ed estate, il suo essere schivo e di poche parole, la luce che solo lo studio fa brillare i suoi occhi.

Una vita a metà tra la felicità (l’aver comunque ottenuto un posto come docente assistente all’Università) e la tristezza, senza un vero amore (la moglie non lo ama) e con una figlia da cui viene strappato per poter costruire un rapporto sereno e duraturo.

Una ventata di freschezza e serenità si scorge solo a oltre metà romanzo, quando Stoner capisce cosa vuol dire stare davvero con una donna, amarla, sentirla, parlarle senza timore, mostrando semplicemente se stesso. Ma anche questa felicità gli viene presto strappata, non poteva essere altrimenti.

Stoner sembra abbia la consapevolezza che tutto quello che vive è destinato a sgretolarsi in un attimo. Non lotta, non si ostina, accetta e basta.
Impossibile non provare dolore per lui e la malattia degli ultimi tempi sembra essere la chiusura di un cerchio doloroso e quasi necessario.

Quindi perché questo libro entra dentro, se così triste, normale?

Innanzitutto è scritto molto bene, non annoia e dentro vi ho trovato tanti spunti e citazioni di altre letture. Nonostante tutto, è comunque una storia di passione che presenta un evolversi di situazioni e vite, tra gli anni della prima e seconda guerra mondiale. Si assiste alla storia di un uomo che fa fatica, si logora, non si ribella mai, accetta e non si aspetta niente dalla vita.

Anche questa seconda volta, ho pianto sul finale soffrendo con lui sul letto di morte. L’unica consolazione: non era solo. Aveva addosso il suo amato libro.

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1 Commento

  1. La disarmante normalità di Stoner dovrebbe essere la negazione del successo, perché, di solito, le storie ci colpiscono per la loro straordinarietà, per le stranezze, per l’inaspettato… invece la vicenda comune e amara di questo personaggio è la chiave della passione che sa suscitare. Per me questo romanzo è stato, oltre che una meravigliosa lettura, un sorprendente mistero.

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