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Febbre di Jonathan Bazzi: una solitudine dirompente

Chiudo il libro e resto ferma, triste, colpita, dispiaciuta. Tiro anche un sospiro di sollievo perché vado sul profilo Instagram di Jonathan e vedo che sta bene, che davvero ce l’ha fatta e ce la fa ogni giorno, anche se sono sicura non mancheranno momenti di paura, stanchezza, sconforto.

A distanza di giorni dalla fine della lettura, mi capita ancora spesso di pensare a lui e alla sua storia. Si, perché Febbre non è altro che il racconto autobiografico di Bazzi, esordio dirompente di un giovane che ha messo nero su bianco la sua vita, i suoi timori, la sua esistenza.

Una lettura che per certi versi mi ha spiazzata per la sincerità di cui è intrisa. Non è da tutti avere il coraggio e la forza di raccontare il proprio vissuto, ciò che ha forgiato la propria anima e che ha quindi segnato il proprio modo di essere, vivere, pensare.

Non è stata una vita facile, quella di Jonathan. E no, ammetto che molte parti del libro mi hanno infastidita, preoccupata, innervosita, affranta. Spesso mi sono chiesta: Ma perché? Perché è così difficile pensare alle esigenze degli altri piuttosto che alle proprie, specialmente se si tratta di un figlio?
Perché è così difficile non accorgersi del dolori e dei problemi che dilaniano la vita di chi ci sta sotto il naso? Perché è così importante raggiungere a tutti i costi la felicità, anche se ingannatrice e soprattutto senza curarsi davvero di quella degli altri?

Febbre fa inevitabilmente riflettere su “ciò che sarebbe potuto essere se…” e non mi riferisco di certo all’omosessualità. Mi riferisco alle possibilità di amore che Jonathan avrebbe potuto avere, ai rapporti mancati, a tutto il dolore che si sarebbe potuto evitare, soprattutto alla malattia.

Tra tutte, mi ha colpito questa frase.

“L’amore dei miei è un postulato, un’emanazione della mia solitudine”

Cosa c’è di peggio del sentirsi soli, incompresi, abbandonati?

E allora tutta la mia ammirazione va verso Jonathan che, nonostante tutto, è riuscito sempre a rialzarsi, a capire, anche se a fatica, quale poteva essere la sua strada, portando avanti le sue attitudini e qualità, amando come poteva e trovando una stabilità che oggi gli permette di essere ancora qui, più forte che mai.

E’ commuovente la sua sensibilità, il suo essere grato ai nonni che si sono presi cura di lui, alla madre che, nonostante le troppe assenze e fragilità (a sua volta in balia di uomini sbagliati e violenti), a distanza di anni gli ha donato una sorella di cui non potrebbe più fare a meno. E’ confortante sapere che, oltre alle brutture di cui sicuramente Jonathan è stato vittima, esistono persone che sono come Angeli (gli amici, l’uomo della sua vita), pronti ad esserci al bisogno.

Trovo questo libro spiazzante ma importante, una reale testimonianza di quanto siano fondamentali le esperienze che segnano la nostra vita e che forgiano la nostra anima. La storia di Bazzi, inoltre, insegna a non mollare mai, a non cedere alla disperazione e a chiedere aiuto senza vergogna. Ho apprezzato il suo carattere volitivo e intransigente, la sua capacità di rialzarsi un passo alla volta.

“Salire e scendere è un’impresa: ogni fermata è una prova di agilità e resistenza tra gambe ingessate e colpi di tosse…Muovo il corpo sfruttando la forza motrice trasmessa da quello di mia madre”

Sono certa che da quella forza motrice Jonathan potrà ancora attingere tantissimo, nonostante la malattia di cui è affetto e con cui si può convivere benissimo.

Per quanto riguarda lo stile letterario, il libro è scritto molto bene e alterna capitoli tra presente e passato che si uniscono alla perfezione.+

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