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Storia di una capinera, la libertà di un canto

Il collegamento dell’angolo di questa settimana è nella sensazione di prigionia. Inutile aggiungere altro: chi sta leggendo queste righe non può non averla provata anche solo in parte, nei tanti giorni di quarantena. Nelle scorse puntate del nostro spazio domenicale abbiamo raccontato di strabilianti giardini segreti o pensato a dolci emozioni a distanza. Inutile però negarlo: anche se ci sforziamo di trovare nel lockdown nuove scoperte quotidiane o sensazioni perdute, siamo di fatto uomini privati della nostra libertà.

Eppure l’epidemia di colera scoppiata a Catania nel 1854 è l’evento che riesce a liberare Maria, la protagonista di “Storia di una capinera” di Giovanni Verga (ne abbiamo già parlato, su queste pagine) dalla propria personale cattività. Destinata infatti al convento fin da piccola, la ragazza è costretta a fuggire dalla città per passare la quarantena in un paese alle pendici dell’Etna: questo evento le consente di vivere l’unico vero momento  di libertà della propria triste vita. Un amore giovanile fortissimo, sbocciato con  il coetaneo Nino, la fa sognare e volare.

In un mondo che “prigioniero è” i due innamorati possono respirare liberi: la pandemia, la vocazione forzata, la gretta condizione femminile dell’epoca, tutto per un momento finisce in secondo piano rispetto al loro canto libero.

Un sentimento spezzato con il ritorno alla normalità, come un idillio che non può far parte di questo mondo. Alla fine dell’epidemia di colera infatti i due si separano ( meglio, vengono separati): il rientro a Catania per Maria significa tornare in convento e perdere ogni speranza di poter essere felice con Nino, il quale dal canto suo sarà costretto a vivere la sua personale reclusione, legandosi per la vita a una donna che non ama.

Avrete già capito, da un riferimento neanche tanto velato, qual il vinile a cui vogliamo collegare oggi la passione di una storia così forte. “Il mio canto libero” di Lucio Battisti è un capolavoro senza tempo, parte della tradizione culturale italiana come Giovanni Verga: non per nulla la title track è stata definita da Ernesto Assante, critico musicale di Repubblica, “la Hey Jude italiana”.  Il testo (naturalmente di Mogol) racchiude fin dalla prima strofa il riferimento a un mondo che è pieno di convenzioni e regole scritte da altri: ricordiamoci che è stata composta a inizio anni ’70, periodo di forti contrasti generazionali. Questo non può che far soffocare proprio i giovani: Battisti tuttavia rompe le catene attraverso l’amore , arrivando ad una verità che va ben oltre quello che si può vedere in un semplice legame sentimentale.

C’è purezza, passione, ma anche una certa lirica (“si alza il sentimento, si alza in mezzo al pianto”) che rende la canzone intima e nello stesso tempo popolare, come un coro da stadio.

Tutto questo è anche nella prima parte di “Storia di una capinera”, con la cronaca di un amore giovanile che sembra ancora possibile,  anche in quelle titubanze che ci riportano ad un’altra hit dell’album: “Io vorrei non vorrei ma se vuoi”. In fondo, “come può uno scoglio arginare il mare? Anche se non voglio, torno già a volare”.

Peccato che per Maria non ci sia nessuna risalita dopo la “discesa ardita”, ma solo la consapevolezza che per una capinera chiusa in una gabbia l’unica scelta sta nella fuga dalla vita stessa. “Il mio canto libero” invece lascia più di una speranza, anche per chi non vive un sentimento di livello così alto: i fantasmi del passato prima o poi dovranno lasciare il “quadro immacolato” . Speriamo di poterlo affermare anche noi, fra qualche tempo, ripensando a questa comoda, triste e lunghissima prigionia.

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