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Un giorno nella Storia: da Elsa Morante a Sgt Pepper dei Beatles

“La Storia” di Elsa Morante è stato pubblicato nel 1974 e narra di eventi avvenuti a Roma fra il 1941 e il 1947: due anni dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e due anni dopo la fine. La scrittura del romanzo non è avvenuta quindi in contemporanea o subito dopo il periodo a cui si riferisce. Non siamo di fronte a un’opera bellica o neorealista, piuttosto si colloca nella piena maturità letteraria dell’autrice e (ci torneremo fra poco) in un momento storico in cui più che gli echi della guerra si sentono quelli del Sessantotto.

Apparentemente è molto difficile collocare “La Storia” in un genere letterario ben definito: tragedia? romanzo popolare? commedia? Quando i personaggi sono così tanti, immancabilmente ognuno ha un ruolo nella trama ed è possibile vedere la personificazione di un’ideologia o a un’allegoria.

Qui addirittura è l’intera vicenda a lanciare un messaggio chiaro, fin dalla sua prefazione: siamo tutti cavie di chi muove i fili della Storia e la povera gente ha un destino già segnato, in cui non c’è scampo per nessuno.

La vicenda parte da un fatto di cronaca, realmente avvenuto a Roma. La creatività e l’abilità della scrittrice è quella di immaginare un’intera epopea, a ritroso, a partire da persone (e animali) che erano stati protagonisti di quell’articolo di giornale letto forse per caso. Un po’ come John Lennon in “A Day in The Life”, brano capolavoro contenuto nell’opera suprema dei Beatles “Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band”, il cui il testo onirico nasce dalla lettura degli articoli di un giornale di un certo giorno, cioè il Daily Mail” del 17 gennaio 1967. In pratica è la storia di una giornata, a partire dalla sveglia, che si sente chiara, e che come un sogno (o un giorno) inizia e finisce.

Così si potrebbe dire del vissuto di Ida e del suo piccolo Giuseppe (o meglio Useppe), insieme a tutti i personaggi più o meno di contorno de “La Storia”: ce li vediamo raffigurati in ordine sparso sulla copertina di “Sgt Pepper” dei Beatles. Gunther, il soldato tedesco che nel 1941 usa violenza a Ida, lasciandola incinta di Useppe;  Alfio, il marito di lei, sempre entusiasta ma poco concreto; il figlio Ninnuzzu, che passa dall’adorazione del Duce all’azione partigiana (perfetta metafora dell’italiano medio); gli abitanti del rifugio comune in tempo di guerra e tutti gli ebrei rastrellati dal Ghetto di Roma; Davide Segre, l’anarchico ebreo vittima dei propri deliri ideologici per arrivare a Scimò, il ragazzo che vive sulle rive del Tevere dopo essere scappato dal riformatorio.

Un’umanità varia, a volte eccessiva, che si può ritrovare anche nei personaggi di “Sgt Pepper” dei Beatles, dalla ragazza che abbandona casa in “She’s Leaving Home” a Mrs Kite, personaggi allegorici ma non meno drammatici.  

L’atmosfera resta sempre sospesa fra sogno e realtà: Elsa Morante fa tantissimi racconti di sogni, riportandoli in una maniera talmente chiara che spesso è facile confonderli con i fatti. Il taglio della scrittura è sempre giornalistico, come se tutto quello che accade nel libro fosse pura cronaca. Di ogni personaggio la Morante racconta la storia della famiglia, gli eventi salienti della vita, la morte con tanto di data di decesso e molto spesso riporta i sogni che ha fatto in vita.

A rafforzare questo ruolo quasi da biografa è l’io narrante del romanzo:  è l’autrice che interviene in prima persona, o la Storia stessa? Tutto fa cronaca, si potrebbe dire, compreso il riassunto degli eventi storici che la scrittrice fa per ogni anno dal 1941 al 1947, e anche dopo la fine del romanzo.

Potrebbe apparire singolare che la Morante si soffermi così tanto sugli anni del dopoguerra: in realtà è l’unico modo in cui può far capire al lettore il perché certi personaggi abbiano un destino segnato. Nel periodo della guerra vengono riportati momenti di straordinaria dolcezza che potrebbero far pensare a una salvezza finale per tutta l’umanità, proprio perché (come ne “La Vita è Bella”) la guerra viene vista dagli occhi di un bambino. Ogni cosa diventa gioco, dal passo pesante dei soldati tedeschi alla vita in un rifugio, tutto tranne il treno che porta gli Ebrei del Ghetto di Roma nei lager.

Il possibile punto di vista di Elsa Morante sulla Storia (con la S maiuscola) è affidato a Davide Segre: ebreo, anarchico, colto, uomo venuto dal Nord e contrario ad ogni forma di violenza ma che diventa efferato appena sa che tutta la sua famiglia è morta in un lager. Nel suo discorso finale, tenuto in un’osteria di Roma davanti a Useppe e al cane Bella (va sottolineato, gli animali in questo libro hanno pensieri e comportamenti più umani rispetto agli umani), Davide parla del perché una vera rivoluzione sia impossibile.

Alla fine vince sempre il Potere, con la P maiuscola: i passaggi sull’alienazione dell’individuo e l’omologazione sociale rimandano al Sessantotto, ma anche alla confusione ideologica del primo dopoguerra.

L’uso di stupefacenti trasferisce inoltre Davide in un altro mondo, che non è migliore come quello immaginato da Lennon anni dopo con “Imagine”. Certamente antimilitarista allo stesso modo, ma senza alcuna astratta possibilità di salvezza.

“La Storia” è dunque un grande romanzo di epica popolare, che rimanda alla Roma di Pasolini ma anche a quella neorealista che ha la faccia di Anna Magnani. Un’opera che dovrebbe essere conosciuta da tutti, come “Sgt Pepper” dei Beatles: riflessioni in parole e musica sul senso di un’esistenza di cui possiamo essere padroni, ma fino a un certo punto.

La Storia, e chi la comanda, avrà sempre la meglio su tutto quello che abbiamo pianificato o diamo per scontato ogni giorno.

Immaginate, che so, un domani, se in seguito a una guerra, non poteste uscire più di casa, doveste fare la fila per comprare il pane e tenere a distanza il vostro vicino di casa, perché considerato un potenziale nemico? Alle guerre e alle pandemie l’umanità non è mai preparata.  La Storia invece pare proprio che lo sia.

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