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Da Curzio Malaparte a Edoardo Nesi, tutto il mondo passa da Prato

“Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo”
(Curzio Malaparte, “Maledetti Toscani”, pag 87)

Dopo essermi soffermato su tante zone d’Italia care anche alla titolare di queste pagine, a un certo punto mi son reso conto che mancava proprio quella in cui sono nato. Dovevo porre rimedio, più che per voi o per Viviana, proprio per me. Quel pezzettino d’Italia che è la Toscana (terra magnifica, ma ne parlerò marginalmente), che non è Firenze (città bellissima, ma non ne parlerò) e che invece è la mia Prato.

Prato, pensate che sia un paese? Invece no, è la mia città, quella in cui sono nato io e in cui ha visto la luce anche la nostra bimbuzza lettrice. E’ la città in cui sono cresciuto, se piccola o grande ancora non saprei dirlo: per me è sempre stata una certezza da difendere. Da quando ho iniziato a girare in altre parti di Italia, per studio o per diletto, mi son reso conto che alcuni non sanno manco dov’è Prato (Viviana era fra questi, ma lei va forte in geografia come un qualsiasi poltico della Repubblica), altri mimano gli occhi a mandorla e fanno una battuta(ccia) sui cinesi, altri ben informati liquidano la cosa constatando che si tratta di una cittadina vicina a Firenze.

Curzio Malaparte, proprio in “Maledetti Toscani”, affermava che i toscani faziosi difficilmente si staccano dal loro campanile d’origine, mentre quelli più elastici (nettamente in minoranza) si trovano a proprio agio anche in altre parti del mondo, pur non perdendo mai i propri tratti identitari, alla stregua dell’accento. Posso fregiarmi di essere faziosamente ottuso solo sul tifo calcistico (che non è per Firenze) e di certo non ritengo i toscani migliori di emiliani, siciliani, veneti o campani. Men che meno penso lo siano i pratesi, di cui conosco pregi e difetti. Semplicemente è una domanda che non mi faccio, perso come sono nel vivere la mia vita fra il verde di Vaiano (provincia di Prato, dove la mia famigliola vive), l’operosità conviviale di Bologna (dove io e Viviana lavoriamo) e i colori del mare della Sicilia (dove Viviana è nata e io sono di casa, altro che vacanza). Non parliamo poi della fissazione che ho per Londra e Berlino, per questioni di musica e tecnologia: ci sarebbe da scomodare qualche psicologo.

Curzio Malaparte invece questa domanda se l’era fatta eccome: se avete voglia di farvi stare sulle scatole i toscani ancora di più di quanto non vi stiano di già, allora leggete “Maledetti Toscani” con la velocità con cui berreste un bel Brunello di Montalcino. La sua certezza nel definire i toscani naturalmente superiori a qualsiasi altro popolo d’Italia farebbe scuotere la testa sconsolato a chi toscano non è. Però occhio, ve lo dico da toscano non fazioso: è un libro che merita di essere letto, perché è tutto meno che un piccolo trattato campanilista. E’ accorato, ha uno stile chiaro, i concetti scorrono uno dopo l’altro in maniera logica e soprattutto riporta all’ardore di epoche passate, in cui il pamphlet, l’invettiva, il j’accuse erano all’ordine del giorno. Ha il sapore di un Barco Reale, che se non lo conoscete (scommetto di no), è un ottimo vino dell’area pratese, dal carattere schietto e deciso.

Nella decisione con cui Malaparte descrive la superiorità dei toscani c’è la critica a tanti vizi italici, primo fra tutti la mancanza di coerenza. Essere uomini tutti d’un pezzo significa essere prima di tutto liberi, non sottomessi: nessuno secondo Malaparte lo è più dei toscani, che hanno la naturale tendenza a non farsi assoggettare da nessuno.

Difficile generalizzare, impossibile affermare che tutti i toscani siano (cioè siamo) così. Però forse un fondo di verità c’è, come in tutti luoghi comuni. Le descrizioni degli abitanti delle province toscane ad esempio sono calzanti: dalla (vana)gloriosa boria dei fiorentini, alla cortesia non solo linguistica dei senesi, alla becera industriosità dei pratesi.

La sua Prato, la mia Prato. Quella che (lo avreste mai detto?) Malaparte considera la città più toscana fra le toscane, e dunque per la proprietà transitiva il popolo migliore d’Italia.

Viene da sorridere, certo. Però anche qui centra tutti gli esempi che porta: il rapporto di amore-odio con Firenze, la rivalità con Pistoia ed Empoli, il fatto che a Prato anche gli industriali si comportano e parlano (o meglio, vociano) come i loro operai. Poi c’è l’industria tessile, quella che ha sempre portato gente da tutto il mondo  “in questa nostra città piena di vento”, come la definisce Edoardo Nesi in un bel passaggio di “Storia della mia gente”.

Perché prima che la moda etica iniziasse a andare di moda, prima che ci si ponesse il problema di cosa fare per il pianeta a causa della sovrapproduzione di abbigliamento, a Prato si riciclavano (“rigeneravano” è il termine esatto) tutti gli stracci del mondo. Troppo lungo da spiegare, a chi mi fa battute sui cinesi o mi dice che Prato esiste solo in relazione a Firenze. Però è la verità. Tutto quello che avete portato nella vita, e che probabilmente state indossando anche adesso, è passato da Prato. Da vestiti dismessi e pezzi di stoffa apparentemente inutili è sempre nato il filo conduttore che dà origine al comparto moda Italia. Intorno a questo mondo è gravitato tutto il lavoro della mia famiglia, in forme diverse: babbo direttore di un lanificio, mamma rammendina, zio cenciaiolo, nonno tessitore, l’altro nonno barrocciaio, io che mi occupo di soluzioni web (lo direste mai) proprio per la moda.

Sono tutti mestieri reali, quelli che avete letto sopra: alcuni esistono ancora, altri si sono persi nell’archeologia industriale, come il digital strategist o il social media manager probabilmente faranno nel giro di qualche anno. Quei lavori significavano rinunce, sudore, fatica: quelle di cui parla Malaparte, quelle che Nesi in “Storia della mia gente” prende a spunto idealmente per un racconto delicato e dolente sulla chiusura di un’epoca d’oro per la città. Perché l’avrete capito, quei lavori portavano anche diversi soldi in tasca alla fine del mese.

Il romanzo di Nesi, premio Strega nel 2011 (ebbene si, Prato è terra di premi Strega), parte da un fatto realmente accaduto: la chiusura dell’attività di famiglia da parte di Edoardo stesso, dopo una storia imprenditoriale quasi centenaria avviata dai suoi avi. Il lavoro di Prato a partire dalla fine degli anni ’80 è cambiato inesorabilmente: l’arrivo sul mercato della Cina e di altri paesi come competitor sul basso prezzo ha portato alla chiusura di moltissime aziende, come il lanificio Nesi e figli. Nel suo stile di scrittura crepuscolare, che guarda all’America della Grande Depressione (Steinbeck secondo me su tutti), Nesi è quanto di più lontano ci possa essere rispetto alle accorate invettive di Curzio Malaparte. Secondo me è nei tramonti sul mare di Forte dei Marmi, raccontati in profondi dialoghi con la figlia adolescente, che è racchiusa l’accettazione di un destino per una generazione intera. Le cose cambiano, punto.

Quello di Nesi non è un punto di vista passivo: è un racconto amaro nel senso più umano del termine, ma è ancora vivo nel porsi degli interrogativi.  C’è infatti una domanda che lui si fa, che è quella che poi lo porta a schierarsi nelle manifestazioni di piazza insieme a imprenditori e operai: come è possibile dire a gente che ha fatto tutta la vita lo stesso lavoro che all’improvviso bisogna cambiare strada? Barrocciai, rammendine, tessitori: mestieri tipicamente pratesi su cui le famiglie basavano risparmi, investimenti, futuro dei figli. Non ci vedete alcune somiglianze con chi oggi dice in maniera qualunquista che molti ristoratori (e non solo) dovrebbero essere bravi a re-inventarsi un mestiere, dopo il Covid-19? Facile, a parole.

Ricordo bene, quello strano inizio degli anni ’90: la morte di Freddie Mercury, la nascita del Grunge, le preoccupazioni dei miei genitori per il lavoro, i babbi dei miei amici che improvvisamente si trovavano senza occupazione, quando fino a pochi anni prima a Prato arrivavano immigrati da tutta Italia perché il lavoro c’era sempre. “Se un tu sarai bono a studiare, tu andrai in fabbrica”. Questa era la frase che ogni bambino della mia generazione si sentiva dire di fronte a un brutto voto a scuola: il lavoro non era un problema, bastava averne voglia. Tutto cambiato, non certo in un attimo come per l’ultima crisi dovuta al Covid-19, ma di certo più repentinamente di quanto la maggior parte della gente avrebbe creduto.

Oggi la città vive in una crisi perenne con cui pare abbia imparato a convivere, ma è anche vero che se si ha voglia a Prato il lavoro si trova.

Magari, rispetto ai tempi delle opere di Malaparte e Nesi, molti industriali parlano un’altra lingua, non solo per l’accento più orientale. Sarebbe bello che oggi qualcuno raccontasse questa Prato, magari un nuovo scrittore emergente, senza nulla togliere a Nesi che è ancora vivo e vegeto. Partendo comunque da quello che nonostante tutto non è cambiato, perché come diceva Malaparte nei “Maledetti Toscani”: “È a Prato, del resto, che in mucchi di cenci polverosi tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo”.

Oggi, come allora, come mi piace pensare sarà ancora in futuro: vedere tutto il mondo che passa sempre da questa mia piccola grande città piena di vento.

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