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La chiave a stella di Primo Levi: perché leggerlo?

Con La chiave a stella prosegue il percorso #inattesadelpremiostrega che prevede la lettura di alcuni vecchi vincitori del Premio Strega, prima di conoscere la selezione 2021.

Sono felice di questo gruppo di lettura perché mi offre l’opportunità di leggere libri che probabilmente non avrei scelto e invece sono sempre fonte di grande arricchimento.

La chiave a stella di Primo Levi , vincitore nel 1979, è stato una bella sorpresa per me. Non è il romanzo che conquista alle prime pagine, ma alla fine ci si scopre coinvolti e soprattutto ci si ritrova in un contesto non tanto distante dal nostro.

Levi immagina di parlare con un operaio, montatore di gru, ponteggi, ponti e tralicci, Faussone, che incontra in Russia per una trasferta di lavoro e con cui si intrattiene a parlare, in varie occasioni, rappresentando l’insieme delle esperienze e dei racconti che davvero Levi ha raccolto nel corso del tempo.

Il dialogo si svolge in prima persona, sia che parli Faussone (e parla decisamente di più!) sia che intervenga Levi che vediamo, finalmente, raccontare qualcosa di sé solo alla fine.

E’ stato considerato il romanzo più ottimista di Levi e confermo la sensazione: nonostante gli anni in cui è stato scritto (gli anni del boom economico e industriale, gli anni delle proteste contro lo sfruttamento, del lavoro alienante delle catene di montaggio in cui gli uomini sono provati di ogni interesse, soddisfazione volontà…), proprio perché forte della sua esperienza, trent’anni prima, ad Auschwitz, Levi lancia un messaggio politico e morale sul lavoro.

“La moralità del lavoro vale in assoluto ed è un onere per chi vuole il cambiamento, il progresso, la rivoluzione liberatrice”.

Ho trovato nei racconti di Faussone tutta la grinta e l’energia di chi vuole essere utile, riuscire ad arrivare a importanti risultati e riconoscimenti. In buona sostanza, vi ho trovato la necessità per ogni uomo e donna, di vedere riconosciuti i propri meriti.

E allora non lamentarsi, ma fare! Non tirarsi indietro ma scommettere su se stessi e le proprie capacità. Imparare dagli errori:

“Per me un un uomo che non abbia mai avuto un collaudo negativo non è un uomo, è come se fosse rimasto alla prima comunione”.

Ho sottolineato davvero tanti passaggi di questo breve romanzo (178 pagine, si legge subito) e trovato interessanti i paragoni tra i problemi di lavoro e l’amore:

“E’ stato come quando vuoi bene a una ragazza, e lei ti pianta da un giorno all’altro e tu non sai perché, e soffri, non solo perché hai perso la ragazza, ma anche la fiducia”.

Faussone, chiamato Tino da Libertino (come la sua indole, dato che non si ferma mai e lavora in trasferta per tutto il mondo), è un grande sentimentale, una personalità in cui è facile intravedere quella di Levi, chimico e scrittore che paragona il suo lavoro a quello dell’operaio.,

“Noi montiamo e smontiamo delle costruzioni molto piccole…Voi siete più fortunati che le vostre strutture le vedete crescere sotto le mani e sotto gli occhi, verificandole a mano a mano che vengono su”.

Il concetto però è lo stesso, anche se le strutture montate dai chimici sono invisibili agli occhi: si lavora per costruire sempre qualcosa e riparare gli errori dove capitano, assumersi le responsabilità.

E’ facile intuire, inoltre, perché il romanzo si intitola La chiave a stella: è lo strumento con cui Faussone verifica, in cima a una torre, il serraggio dei bulloni. E proprio mentre si trova in alto, vede della polvere che automaticamente spazza via. Subito dopo gli viene spiegato:

“Questa non è la polvere delle strade o delle case. E’ polvere che viene dalle stelle”.

Una polvere che si può trovare solo nei posti molto alti, o dove si pensa di essere nel posto giusto, quando si è felici di svolgere il lavoro che fa per sé.

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