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A sangue freddo: Capote e i Creedence

“A sangue freddo” di Truman Capote è un pugno nello stomaco, una di quelle storie che fanno venire il groppo alla gola solo a raccontarle. Quando il male assoluto si cela dietro le sembianze di due persone all’apparenza normali, un po’ come Alex di Arancia Meccanica svestiti i panni da drugo, per noi comuni mortali risulta impossibile da accettare.
L’omicidio della famiglia Clutter, uno sterminio avvenuto realmente nel novembre del 1959 nella loro casa-fattoria del Kansas, ha dato luogo alla grande novità del racconto non fiction di Truman Capote.

Si potrebbe dire che le ricostruzioni di “Chi l’ha Visto?” o “Quarto Grado” (tanto per citare due trasmissioni popolari) abbiano il proprio archetipo in “A Sangue freddo”, un’opera letteraria che ha fatto nascere un genere anche su altri mezzi di comunicazione.

Capote lesse la cronaca dell’omicidio di Herbert Clutter, di sua moglie e dei suoi due figli adolescenti e decise di recarsi nel piccolo paese teatro dell’omicidio insieme all’amica scrittrice Harper Lee (si, proprio l’autrice de “Il buio oltre la siepe”). Raccolsero dichiarazioni, studiarono la storia della famiglia e si fecero le loro idee, affiancando di fatto le indagini in un momento in cui la polizia brancolava nel buio. I due criminali autori del massacro furono incastrati poco dopo in maniera casuale e nella loro terribile confessione di fatto venne messa nudo tutta la violenza nascosta nella società rurale americana.

Non abbiamo fatto spoiler: “A sangue freddo” non è un giallo, un’opera di genere difficilmente classificabile.

La famiglia Clutter e i loro assassini vengono descritti fin dall’inizio da Capote, che aggiunge elementi di fantasia (ad esempio, i dialoghi fra i due delinquenti in viaggio) alla cronaca di un fatto reale, costringendo il lettore a chiedersi dove finisce il lavoro di romanziere e dove inizia quello del giornalista. Nell’insostenibile brano dell’omicidio della piccola Nancy Clutter, tanto brutale quanto paradossalmente pieno di pietà, c’è la penna di un grande scrittore; nel capitolo finale, quello in cui i due assassini vengono condotti al patibolo, il talento di un cronista che sa come ammaliare le masse.
Dopo la pubblicazione di “A sangue freddo”, Capote diventò un vero influencer, un personaggio richiesto in ogni trasmissione televisiva e fu molto criticato per questo comportamento da parte dell’opinione pubblica. Quello che è certo è che poco dopo abbandonò la penna: “A sangue freddo” richiese sei anni di lavoro forse emotivamente troppo intenso per continuare a svolgerlo come prima.

L’unico rimpianto è non aver letto questo libro accompagnato dalla musica dei Creedence Clearwater Revival, mitico gruppo americano degli anni ’70 che unisce country e rock classico, quindi perfetto per raccontare l’atmosfera dell’ America descritta da Capote.

Siamo certi che Perry, uno degli assassini, avrebbe ascoltato l’album “Cosmo’s Factory” nel lungo viaggio in macchina, strimpellato gli accordi di “Lookin’ out my back door” con la sua chitarra e che “Run through the Jungle”, con il suo incedere sinistro, sarebbe la perfetta colonna sonora della notte della strage. Ce lo ricorderemo per una futura rilettura, se saremo in grado di sostenerla.
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