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Editori e book influencer: quale relazione?

Le book influencer, book teller o book lover, chiamatele come vi pare, sono sempre nell’occhio del ciclone. Bisogna vedere se poi si salveranno da questo vortice, secondo la teoria del protagonista de “Il Colibrì” di Veronesi: più vicino si è alla forza centrifuga, maggiori sono le possibilità di scamparla.

Stavolta è stato “Il Foglio” del weekend dell’11/12 gennaio a toccarla piano sull’argomento: nell’articolo intitolato “La Bestia degli scrittori”, Simonetta Sciandivasci non ci va certo con la mano leggera sui book influencer. Argomento che se vogliamo si inserisce nel filone di Giubilei (ne avevamo parlato qui) e di Parente, che proprio nei primi giorni dell’anno ha etichettato le book influencer come giovani, carine e occupate a fare foto di libri come fossero i gattini di Salvini (questo l’articolo).

Questa volta però c’è di più. Non c’è un punto di vista snob per partito preso, che vuole prendere le distanze da un movimento considerato poco consistente e superficiale. C’è una riflessione a tutto tondo sul sistema editoria italiana, sui pochi soldi che girano, a volte nemmeno sufficienti per coprire gli anticipi degli stessi scrittori. E’ un aspetto a cui noi, che non siamo creatori di letteratura ma solo appassionati lettori con la voglia di metterci un po’ in mostra, non pensiamo probabilmente mai. Per questo è un pezzo che deve essere letto senza alcun pregiudizio e con un sano spirito autocritico, come ho detto su Twitter all’autrice stessa.

Le book influencer sono una parte di questo sistema, tuttavia l’attenzione dell’articolo de “Il Foglio” è spostata soprattutto sulle scelte strategiche da parte degli editori. Non so se è applicabile in toto lo stesso modello, ma mi viene da fare un parallelo con il settore moda (Marco ci ha molto a che fare): penso che anche gli editori retribuiscano bene le top influencer per parlare dell’ultima uscita di un determinato autore, proprio come nella moda le “pari grado” indossano sotto lauto compenso capi che altrimenti non si metterebbero mai. All’angolo opposto dello stesso sistema, le case editrici omaggiano di copie cartacee le micro influencer (quelle con numeri di followers inferiori rispetto alle top) con il solo obbiettivo di ottenere pubblicità gratuita per i loro scrittori, esattamente come nella moda le aziende regalano il singolo prodotto alla piccola influencer di turno. Se poi i capi hanno impercettibili difetti di produzione o sono rimanenze di magazzino, ancora meglio.

Direi una fotografia impietosa della situazione di molte aziende italiane, moda o editoria fa poca differenza: scarsa liquidità e strategia di comunicazione per così dire leggera, la cui unica idea di fondo è far parlare un po’ di più del libro (o dell’abito) in questione.

Tornando però ad argomenti che ci stanno più a cuore, la domanda fatidica Simonetta Sciandivasci la pone in un altro pezzo dello stesso numero de “Il Foglio” in cui si parla ancora di (micro) influencer, stavolta sul fitness: come fanno le aziende a distinguere nella jungla di tutti questi produttori di contenuti chi è solo belle foto e poco altro, rispetto a quelli che ci credono davvero ed hanno valori, passione, capacità comunicativa e una community di persone reali?

A volte penso che servirebbe una selezione di candidati, altroché un semplice invio di copie omaggio!

La mia riflessione su tutto questo sistema, di cui nolente o volente faccio parte, l’ho espressa a chiare lettere nel post relativo a “Community Manager”: coltivare esperienze digitali che portino valore nel mio mondo di relazioni reali, anche per il lavoro che svolgo di Ufficio Stampa. Per il resto, posso solo continuare a studiare ogni giorno. Non solo selezionando i migliori professionisti da seguire su internet, ma anche leggendo giornalisti (come quelli citati in questo articolo) che esprimono perplessità su un mondo, quello di Instagram e dei social in generale, che a fronte di tanta improvvisazione è tuttavia ricco di persone realmente preparate.

La stessa competenza che dovrebbero avere le aziende di turno nel valutarle, se decidono di affidare loro anche una piccola parte del marketing aziendale.

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