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Us, il nuovo libro della Fandango sugli “eremiti sociali”

Ammetto di aver scoperto e approfondito l’esistenza degli Hikikomori grazie alla nuova uscita per Fandango, US di Michele Cocchi. In libreria dal 28 maggio, il libro si rivolge a un pubblico giovane e non solo.
Da madre, oltre che da lettrice, ho molto apprezzato questa lettura che mi ha immersa in mondi che non conoscevo e in una realtà, a quanto pare, sempre più frequente tra gli adolescenti.

US è il nome di un videogioco i cui protagonisti, gli avatar, si trovano a vivere esperienze immersive e quasi reali per svolgere alcune missioni. Chi gioca non è necessariamente un Hikikomoro, cioè uno/a adolescente che a un certo punto della sua vita, e in seguito ad alcuni motivi scatenanti, decide di non avere più rapporti sociali reali rinchiudendosi in camera per giorni, mesi, persino anni.

In questo libro, infatti, le tematiche di “alienazione” sono sostanzialmente due: l’allontanamento dalla vita sociale dovuto dal “non sentirsi all’altezza” delle aspettative degli altri e in generale della vita; il rifugio nella tecnologia e nei videogiochi dove è possibile costruirsi un “altro da sé”, un eroe, un personaggio, ciò che non si riesce ad essere nella vita vera.

La storia di Tommaso, protagonista di US, può essere la storia di qualsiasi ragazzino alle prese con le tante attività e prove della vita, e quindi la scuola, lo sport, gli amici. Attività normalissime dalle quali  però spesso ci si può sentire schiacciati. Il motivo? Le alte aspettative, il poco dialogo in famiglia o dialoghi sbagliati, il confronto con gli altri (anche all’interno della stessa famiglia), l’ansia da prestazione, un carattere vulnerabile e altri fattori.

Mi ha molto colpito il concetto di “eroe”. E’ come se per questi ragazzi fosse fondamentale esserlo in qualche modo, dimostrare di potercela fare sempre.

“Credi davvero di non essere un eroe?
Ma che significa essere un eroe? Essere un eroe significa prendere l’iniziativa e risolvere delle situazioni difficili?”

La lettura di questo libro è gradevolissima; ho molto apprezzato l’immersione all’interno delle campagne/missioni nella storia del ‘900 (ho pensato: cavolo! i ragazzini giocando hanno l’opportunità di imparare persino qualcosa!) e la necessità, sempre e comunque, di instaurare dei rapporti.
All’interno di US è vietato parlare davvero di sé, dire il proprio vero nome, raccontarsi. No, non si può, ma la natura umana è fatta per interagire nella realtà come anche nella finzione, per cui viene lo stesso fuori prepotentemente il bisogno di instaurare dei rapporti, tanto che Logan (l’avatar di Tommaso) si troverà a vivere delle “missioni” con i suoi nuovi amici, anche fuori dal gioco.

Ma non voglio raccontarvi altro del libro. Voglio invece parlarne dal punto di vista che mi è stato  assegnato all’interno del gruppo di lettura, costituito da sei persone, in cui sono stata coinvolta grazie a Fandango, e cioè dal punto di vista giornalistico (essendo il mio lavoro).

Ho quindi approfondito la tematica leggendo articoli online, guardando servizi e scoperto diverse cose soprattutto grazie al prezioso contributo di una docente dell’Alma Mater che ho appositamente consultato e che mi ha indicato alcuni documenti interessanti.

Se oggi, alla luce di quanto letto e appreso, dovessi scrivere un articolo su questa sindrome, lo intitolerei:

L’avanzata degli eremiti sociali, tra immaginazione e realtà.

Purtroppo, nonostante gli studi recenti e l’attenzione crescente verso questo fenomeno, non se ne sa tanto di questa sindrome e soprattutto non viene classificata come patologia nel Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali – DSM. Spesso infatti chi soffre di questa sindrome manifesta anche altri disturbi psicologici, per questo la sindrome di hikikomori (venuta fuori negli anni ’80 in Giappone) non è tanto conosciuta. Ma si è iniziato a parlarne sempre più anche in Italia, sebbene sia considerato un fenomeno sorto in estremo oriente e probabilmente legato a diversi fattori culturali e sociali dei paesi in cui è esploso.

Interessanti gli studi recenti condotti da Andrea Pozza, Anna Coluccia, Takahiro Kato, Marco Gaetani, Fabio Ferretti , “The ‘Hikikomori’ syndrome: worldwide prevalence and co-occurring major psychiatric disorders: a systematic review and meta-analysis protocol” , come anche una relazione in cui sono incappata, a cura dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia romagna: “ADOLESCENTI EREMITI SOCIALI”, una rilevazione nelle scuole dell’Emilia-Romagna degli alunni che non frequentano, “ritirati” in casa, per motivi psicologici.

Sulla base dei sondaggi condotti presso le scuole della Regione ER, si è capito che nell’ambito del variegato quadro del disagio giovanile e della dispersione scolastica, sta emergendo anche in Italia un profilo particolare e in gran parte nuovo: alunni che abbandonano la scuola non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto perché non riescono più a reggere i contesti sociali.
Spesso il primo contesto sociale ad essere rifiutato è proprio la scuola.

L’età media in cui si sviluppano questi disagi di allontanamento sociale è 14-25 anni, anche se la media tende sempre più ad abbassarsi. I giovani che soffrono di questo disturbo di Ansia Sociale, iniziano a mostrare segni di insofferenza per quanto riguarda le relazioni, iniziano a chiudersi in se stessi, non cercano gli amici, non creano legami fino a chiudersi in casa, in camera, per non uscirne più, anche per anni.

Il motivo? La paura di fallire, di essere giudicati e derisi, del confronto.

Ovviamente ciò accade nel delicatissimo periodo dell’adolescenza che non tutti riescono ad affrontare senza problemi, soprattutto se troppo timidi e sensibili. Inoltre giocano un ruolo fondamentale le persone con cui si hanno rapporti, a partire dagli insegnanti che, diciamocelo, non sempre mostrano empatia e sensibilità verso i ragazzi problematici (io al riguardo avrei un’esperienza da raccontare, vissuta in IV ginnasio, ma taccio che è meglio!).

Ciò che tocca, leggendo articoli e indagini, è proprio il fatto che la scuola, che dovrebbe essere il luogo primario per la formazione e crescita dei ragazzi, spesso è invece il luogo della paura, del bullismo, delle relazioni sbagliate. Ovviamente non voglio generalizzare e per fortuna ci sono esempi tanti esempi positivi, progetti e iniziative organizzati proprio dalle scuole per il recupero di questi ragazzi.

L’importante è parlarne e non minimizzare affatto il problema, sostenendo in primo luogo i genitori dei ragazzi che provano questa forte ansia da prestazione sociale, perché compito della scuola deve essere quello di formare le nuove generazioni a relazioni sociali ed umane basate sul rispetto e sulla solidarietà, contrastando ogni forma di svilimento dell’altro, di prevaricazione, di derisione, di bullismo.

Per l’aspetto educativo e pedagogico vi rimando all’articolo di Cecilia di Eccoilibri che ha approfondito, tra l’altro, l’aspetto genitoriale e il rapporto genitori-figli che emerge sempre dalle pagine del libro.

Infine, chiudo con questo toccante servizio delle Iene sugli Hikikomori, direttamente dal Giappone e con la mitica Nadia Toffa, che chiarisce molto bene il fenomeno e snocciola dati interessanti, da non sottovalutare.

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