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Martin Eden e The Who, come non vivere in una terra desolata

Martin Eden è uno dei personaggi che ho amato e odiato di più in tutta la storia della letteratura.

L’ho amato perché rappresenta prima di tutto il trionfo della volontà: sa qual è la sua unica strada nella vita e la vuole perseguire ad ogni costo, sacrificando se stesso e in molti casi  rapporti con gli altri. Metodico, geniale, maniacale: arriva ad organizzare le sue giornate in modo da dormire 5 ore per dedicare le restanti 19 in parte allo studio della letteratura, in parte all’esercizio della scrittura. Vive in un lockdown pressoché costante: gli bastano una camera frugale, tanti libri e una macchina da scrivere. Visto che sente di avere già una missione nella vita, non vuole lavorare e non intrattiene rapporti frequenti con la sua famiglia e con il mondo esterno. Rifiuta la scrittura commerciale (ad esempio il mestiere di giornalista), eppure per guadagnarsi da vivere e iniziare a farsi conoscere deve inviare i suoi manoscritti alle riviste. Lo fa ogni giorno e puntualmente i fogli tornano indietro, spesso senza neanche due righe per motivare il rifiuto: lui non mostra (quasi) mai segni di scoraggiamento e non dubita del tuo talento letterario, nonostante le numerose porte in faccia e il fatto che Ruth Morse, la sua fidanzata neo laureata in lettere, lo consideri intelligente e caparbio ma privo di capacità di scrittura.

Proprio il rapporto con Ruth è l’altro motivo per cui ho amato Martin: all’inizio del romanzo fa il mestiere di marinaio e (specie nella società americana dei primi anni del ‘900) questo è sinonimo di brutalità, risse, alcolismo, ignoranza. Lui vuole elevarsi dal contesto a cui sembra condannato per sempre, visti gli scarsi mezzi economici di cui dispone: Ruth offre a Martin lo stimolo per non arrendersi mai, semplicemente amandolo. Conosce per caso questa ragazza della buona borghesia dopo un invito da parte di uno dei fratelli di lei, difeso da Martin durante un’aggressione. La ragazza si stupisce fin dal primo incontro di quanto questo marinaio, giovane e bello, sia interessato ai libri. Da lì inizia una frequentazione che non è un vero e proprio corteggiamento, quanto un idillio: i due ragazzi passano pomeriggi interi a discutere di letteratura, filosofia, società. L’amore che sboccia è una naturale conseguenza della loro intesa e sembra appianare tutte le differenze sociali ed economiche. Nessuno dei due infatti fa mai pesare all’altro la propria condizione: la povertà di Martin contro l’ingenuità di Ruth. L’episodio del loro primo bacio è descritto da Jack London con una dovizia di particolari quasi cinematografica: la sua scrittura talmente di alto livello e ricca di parole cortesi da riportarci indietro nei secoli, ad incontri amorosi dei classici della letteratura dell’ottocento. Per Ruth si tratta del primo bacio, per Martin invece no: ha avuto tanti incontri con donne nella sua vita da marinaio, pur essendo giovane. I signori Morse ovviamente non approvano, ma non si metteranno mai contro la figlia in maniera plateale. Piuttosto lavoreranno di fino, specie la madre: proveranno ad attorniarla di giovani eruditi, organizzando nella loro casa dei circoli letterari domenicali, a cui partecipa puntualmente anche Martin.

In questi episodi ho imparato ad odiare Martin, semplicemente per la sua superbia. E’ ammirevole infatti come riesca a sostenere dibattiti con persone che hanno più titoli di lui, ma tanta è la sicurezza nelle proprie argomentazioni che arriva a disprezzare praticamente chiunque. In realtà non ha timore di scegliere e di circondarsi unicamente di gente che ritiene alla sua altezza: l’unica persona conosciuta in casa Morse con cui comunica è Brissenden, erudito anticonvenzionale a cui si lega un po’ come fosse il padre che gli manca secondo il cliché joyciano del rapporto Dedalus – Bloom in “Ulisse”.

“Niente al mondo può sostituire la perseveranza. Né il talento; che c’è di più comune degli uomini di talento che non hanno successo? Né il genio. Il genio non ricompensato è di fatto un luogo comune. E neanche l’istruzione: il mondo è pieno di cretini istruiti. Soltanto la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti, dimostrano che niente mai ti potrà sconfiggere. (…) Se ti prefiggerai ogni singolo giorno il raggiungimento di questi obiettivi i risultati non tarderanno a manifestarsi in maniera evidente”. Così diceva Micheal Keaton nel film “The Founder” interpretando Ray Kroc,  il fondatore di Mc Donalds. Non c’è pensiero più adatto al sogno americano di questo e non c’è nulla di più vicino all’indole di Martin Eden. La volontà inossidabile e l’ambizione smisurata fanno si che piano piano le porte inizino ad aprirsi, portando però problemi diversi, nuove avventure, altre tensioni e sentimenti fortissimi, fino alla fine del romanzo che è tutta da scoprire.

Martin Eden è la storia di un giovane che cerca il suo posto nel mondo attraverso una profonda convinzione dei propri mezzi, un enorme spirito di sacrificio, una caparbietà che rasenta l’incoscienza, una preparazione fatta di studio “matto e disperatissimo”. In pratica, vuole costruirsi un futuro, il suo futuro, come qualsiasi altro ragazzo del mondo: la differenza è che lui non si accontenta e sa che per fare avverare il suo sogno deve sacrificare praticamente tutto.

L’idea di lasciare un segno nel mondo, in contrasto soprattutto con la generazione precedente, era tipico dei giovani della controcultura degli anni ’60. The Who sono un caso più unico che raro da questo punto di vista: inglesi fino al midollo, hanno comunque lasciato una traccia importante in un contesto come quello americano grazie (e non solo) alla loro partecipazione al mitico concerto di Woodstock nel 1969. Hanno scritto “My Generation”, il brano che ha rappresentato forse più di tutti quel contrasto genitori-figli,  con la frase “I hope i die before i get old”, in cui si dice che è meglio morire piuttosto che vivere senza ambizioni e diventare come tutti gli altri. Pensiamo a Martin, che non accetta mai uno stipendio sicuro che possa tarpare la sua vocazione letteraria. Nell’episodio in cui, per puro istinto di sopravvivenza, accetta un duro lavoro in una lavanderia, non trova più ispirazione per scrivere e si avvicina all’alcolismo, perché adesso l’unico obbiettivo della vita diventa sbronzarsi il sabato sera. L’alternativa per gli altri si chiama vagabondaggio, ma non per Martin Eden, che non ha un nemico dichiarato, se non il suo demone letterario interiore.

Jack London sembra ancora dircelo con le parole dei The Who: Martin è uno di quei giovani che ha visto abbastanza mondo per cui non è facile fregarlo una seconda volta: “We don’t get fooled again”, potrebbe cantare. In “Who’s Next” ci sono altre canzoni che ci riportano alla sfrontatezza giovanile dei quattro Who e di Martin: l’arcinota “Baba O’Riley”, brano di apertura con un’alchimia perfetta fra synth, riff di chitarra elettrica e violino, ci parla di un giovane che ha dovuto farsi da sé, che non cerca comprensione o perdono nella “terra desolata dell’adolescenza” . “Teenage wasteland”, anche questa un’immagine, una frase, un abbinamento che ha segnato una generazione. Quella che però sembra cucita addosso a Martin è “Behind Blue Eyes”, una ballata contro le apparenze, che ci invita ad andare oltre nei rapporti con le persone, fino a cercare cosa si nasconde dietro lo sguardo.

Dietro gli occhi di Martin c’è la stessa fiamma che alimentava giovani come i The Who: quelli che con sentimento e perseveranza hanno trovato la loro strada nella vita, facendo certamente tanti errori e qualche rissa, ma lasciando alla fine parole e musica eterne.

Chi saprà apprezzarle? Basta un qualunque giovane, da qualche parte nel mondo, che non si accontenta di vivere in una terra desolata.

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