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Pura vita oltre la siepe: da “Il colore viola” a Ray Charles

Questa settimana nel nostro angolo non vogliamo fare una battaglia politica. Nemmeno sociale. Non è nelle nostre corde. Diciamo che abbiamo il timore di cadere nel retorico, anche se non possiamo che inorridire di fronte all’evidenza. Sì, ovviamente ci riferiamo al caso di George Floyd, che adesso sta monopolizzando l’opinione pubblica in America e non solo. Sappiamo bene che di fronte a quelle immagini è difficile restare indifferenti, poi per gente come noi, che abbiamo sempre pensato che per avere un ruolo di responsabilità pubblica bisogna davvero essere uomini tutti d’un pezzo. Portare una divisa o maneggiare una pistola? Occorre davvero esserci tagliati e avere una capacità fuori dal comune anche nel restare imparziali di fronte alle proprie pulsioni e – perché no – ai propri preconcetti.  Applicare la legge senza sopraffare chi l’ha infranta è un atto dovuto ma che corre spesso sul filo di un equilibrio sottile: quando ciò non accade i risultati possono essere devastanti, ancora di più in una società come quella americana in cui l’oppresso di turno non è nelle grazie del presidente in carica per partito preso. E viceversa, dobbiamo dire.

D’altronde i motivi pregressi ci sono: la comunità afroamericana ha subito nella propria storia non poche vessazioni da parte dei bianchi. Deportazioni, schiavitù, posti da cedere sugli autobus fino agli sguardi diffidenti di chi, se ancora oggi incontra una persona di colore in ascensore, come istinto subito stringe a sé la borsa. Magari prima di chiedere l’autografo. Parole di Denzel Washington, che abbiamo ascoltato in questi giorni da una giornalista di Sky.

“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee è il romanzo per antonomasia sui pregiudizi verso dei bianchi verso i neri.

Ci sono infatti tutti gli elementi del “delitto perfetto”: l’ America del Sud, ovvero quell’ Alabama razzista vituperata da Neil Young (con tanto di risposta dei Lynyrd Skynyrd, ne abbiamo parlato qui), una violenza sessuale di cui il bracciante nero è l’imputato perfetto, un avvocato moderno e tutto d’un pezzo che cerca di difendere il malcapitato in nome della legge. Il suo volto per tutti è quello di Gregory Peck, protagonista del fortunato lungometraggio hollywoodiano degli anni ‘60. Il finale sarà comunque amaro.

Partendo da “Il buio oltre la siepe” e gettando uno sguardo sui giorni nostri, finiremmo per scrivere qualcosa sul clima instaurato dalla gestione di Trump (è chiaro tanto poi si andrebbe a finire lì): allora preferiamo rivolgerci ad altre grandi storie che hanno come protagonisti gli afroamericani. Romanzi appassionanti e dischi ammiccanti in cui viene dipinto un mondo variegato, diffidente, duro ad aprirsi, eppure straordinariamente ricco di forza interiore.

Per questo abbiamo messo insieme “Il colore Viola” di Alice Walker e “What i’d say” di Ray Charles:  non ci sono vicende di razzismo e sopraffazione da parte del bianco ariano di turno, ma passioni di tipo diverso.

Per appassionati di musica, il “Colore Viola” fa venire in mente subito il rapporto tormentato e violento di Tina Turner con suo marito Ike, con la segregazione domestica perpetrata da un marito (che è anche padre padrone) nei confronti della moglie.  Nel romanzo di Alice Walker la ferocia è quella del padre (patrigno) nei confronti di Celie, la protagonista che tutti ricordiamo col simpatico volto di Whoopi Goldberg nel bellissimo adattamento cinematografico di Steven Spielberg.  In seguito agli stupri incestuosi subiti fin da piccola, la ragazza dà alla luce due bambini che le vengono strappati subito dalla famiglia: da lì in poi la sua esistenza non ha niente di semplice. E’donna ed è nera, in America, nella prima metà del XX secolo. Da un lato subisce lutti ed ha rapporti tormentati con gli uomini che incontra, dall’altro la sua vita è un insieme di sorprese e scoperte inaspettate, come il ritrovato rapporto con una sorella che sembrava persa. In tutto questo però c’è sempre una forza inossidabile, che non abbandona mai Celie anche nei momenti in cui non sembra ci sia via d’uscita: è quella che le viene parlando con Dio, l’ Interlocutore a cui indirizza le proprie lettere disperate.

La religiosità, intesa soprattutto come spiritualità, è un altro elemento molto importante che caratterizza la comunità afroamericana.

L’amore per Dio si esprime nella musica, in particolare nel genere del gospel, che fino a “What i’d say” di Ray Charles del 1957 forse non aveva mai ottenuto un riconoscimento così importante a livello popolare.  I canti a cappella escono finalmente dalle chiese dei reverendo di colore come il padre Cleophus James del film “The Blues Brothers” (ricordate James Brown?) per incontrare il mondo. “What i’d say” è uno degli album più importanti del secolo scorso e dell’omonima title track che Rolling Stone ha inserito fra i primi dieci brani più importanti della storia della musica leggera. Il motivo è comprensibile: unisce generi come R&B, gospel e jazz per arrivare a quelle sonorità che oggi potremmo definire semplicemente musica black. Eppure anche in questo caso Ray Charles dovette scontrarsi contro i pregiudizi degli stessi afroamericani: da un lato c’era lui, un artista che desiderava aprirsi al mondo, dall’altro i soloni tradizionalisti, che teorizzavano sul fatto che il gospel non dovesse mai diventare “laico” e parlare di argomenti terreni come donne e sesso. In questo modo si sarebbe contaminato, fino ad arrivare ai salotti dei bianchi, cosa che in effetti successe a Ray Charles per il semplice fatto di essere diventato popolare.

Potremmo continuare a parlare di altri libri e dischi, tutti pieni di dolore e contraddizioni, capaci di lasciare ai posteri un meraviglioso affresco di una comunità che, come ogni gruppo che si rispetti, ha anch’essa le sue chiusure e i suoi pregiudizi. D’altronde, non era  proprio il benestante coloured George Jefferson, nella serie TV che tutti abbiamo amato,  a giudicare male la coppia di vicini con lui bianco e lei nera? Li chiamava “Zebra”.

Ciò non toglie tuttavia che, chiunque sia il presidente degli Stati Uniti in carica, è molto più probabile leggere o vedere un atto violento compiuto da un bianco su un nero che viceversa.

Qualunque George Floyd venga ucciso, qualunque Rosa Parks venga fatta alzare dal seggiolino di un autobus, qualunque sportivo subisca ululati razzisti in uno stadio non cambia la sostanza di una cultura come quella afroamericana che, come hanno dimostrato Claire ne “Il colore viola” e Ray Charles  nel suo album capolavoro, è prima di tutto pura vita, oltre la prepotenza e l’ignoranza.  Oltre la siepe.

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