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Il posto di Annie Ernaux

È partito oggi il gruppo di lettura alla scoperta di Annie Ernaux e Jaon Didion.
Nelle storie su IG (cerchietto in evidenza) trovate il calendario dei libri che abbiamo scelto di leggere mese per mese.

“Il posto” è il primo di questa nuova avventura per la quale ho avuto il piacere di coinvolgere un bel gruppo di lettrici.

Ho terminato di leggere Il Posto e, a distanza di qualche giorno, mi sento ancora scossa. Credo di non aver letto mai un romanzo autobiografico così potente e diretto. Annie racconta del suo rapporto con il padre e della “distanza” che si è creata durante l’adolescenza tra lei e lui .

“Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato”.

Tra le pagine resta immutato un forte senso di mancanza, senza fondo. Incolmabile.

Mi ha molto colpito una delle premesse fatte dall’autrice stessa durante il suo racconto in cui spesso ricorrono parole in corsivo:
“Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo, derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra”.

Le parole. Il linguaggio. Le espressioni.

Se ci pensate rappresentano ognuno di noi, le nostre origini e provenienza, il nostro essere. Per la Ernaux la lingua è stata “fonte di rancore e di dolorose litigate, ben più del denaro”.
Il padre non accettava che lei potesse evolversi per mezzo degli studi che per lui “non avevano alcuna relazione con la vita quotidiana”.
Le parole sono ciò che li hanno sempre più divisi: “forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”.

A volte sembra tutto facile. Perché non parlarsi? Non dire apertamente quali sono i propri sogni e aspirazioni? Non temere il giudizio di chi ci ha messi al mondo?
Non è troppo tardi, quando alla fine si perde la possibilità di poterlo fare? Quando ci si allontana così tanto da addirittura “levigare l’immagine dei genitori, privandoli dei loro gesti e delle loro parole”?.

Le 100 pagine de Il posto mi hanno lasciato una sensazione di vuoto, anzi, direi che hanno lasciato il posto che non intendo lasciare vuoto per riempirlo di tante parole (anche se a distanza) con la mia famiglia, i miei genitori che vedo poco e le cui parole porterò sempre con me.

Peccato che per Annie non sia stato lo stesso. Peccato che non sia riuscita, per questo, a trovare felicità nemmeno nel “mondo piccolo borghese” nel quale si è poi trovata. Peccato. Ma chissà…Continuando a leggere i suoi romanzi scoprirò certamente altro di lei, della sua vita. dei suoi pensieri.

Una cosa è certa: una volta iniziato con lei, non finisce qui.

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