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Sogno bolscevico, no anima: Ferretti e i suoi pionieri

L’angolo dei vinili di oggi collega uno dei romanzi italiani più interessanti del 2020, I pionieri di Luca Scivoletto, con l’opera del gruppo dei CCCP- Fedeli alla Linea (diventati poi CSI) e in particolare del loro album “Tabula Rasa Elettrificata” del 1997, pietra miliare del rock italiano non solo alternativo.

La ricorrenza che lo ha ispirato è avvenuta il 21 gennaio 2021: 100 anni dalla nascita dal più grande sogno (per alcuni), utopia (per quasi tutti), male assoluto (per altri ancora) del Novecento, ovvero il Partito Comunista Italiano. Un riferimento con il quale molti di noi ultra quarantenni hanno avuto a che fare, non solo quelli come me nati a cavallo della Linea Gotica e dunque alimentati a pane e racconti di guerra di nonni, parenti, avventori di bar. Che lo si sia amato o odiato, fino al 1989 dalle Alpi fino a Lampedusa c’era sempre una sezione, una falce e un martello a sbandierare l’idea di una società diversa da quella in cui stavamo vivendo.

Luca Scivoletto, nel suo libro I pionieri, ha il merito di raccontare un’epoca dal punto di vista di un bambino, il piccolo Enrico che vive in un paese imprecisato della Sicilia degli anni ‘80 ed è figlio di un dirigente della locale sezione del PCI. La madre pure è comunista, così come gli unici amici che frequentano, ovvero la famiglia del piccolo Renato, un bambino fedele alla linea in tutto e per tutto.

L’autore tratteggia in maniera delicata quello che si potrebbe definire il passaggio da CCCP, a CSI fino al vero crollo dell’ideologia.

Nelle famiglie di Enrico e Renato la visione infatti è molto semplice: il comunismo è il bene, la società dei consumi il male. Questo ha delle conseguenze nella vita che i due bimbi devono affrontare nel mondo esterno, con i loro coetanei: per scelta della famiglia, non possono avere scarpe e abbigliamento di marche americane, non gli è consentito ascoltare musica pop ma solo cantautori (memorabile il capitolo in cui in una recita scolastica cantano De Andrè, fra la disapprovazione generale), addirittura niente gioco del calcio perché ritenuto sport troppo di massa. Se Renato ostenta assolute certezze e disprezza chiunque non creda nell’ortodossia comunista,  Enrico dubita ogni giorno di più. Lo fanno vacillare una sorella sempre più libertina, la musica rock, un padre imperfetto, la voglia di giocare a pallone con gli amici e soprattutto l’amore, prima quello per una compagna di classe figlia di una famiglia bene e poi quello per una giovane avventuriera incontrata durante una scampagnata estiva.

La consapevolezza di Enrico è la stessa Giovanni Lindo Ferretti, cantante e mentore della compagine musicale dei CCCP (poi CSI). Gruppo alternativo e filosovietico per antonomasia, ho conosciuto i CCCP appena sono uscito dalla provincia appenninica per gettarmi nel fermento della Bologna damsiana degli anni ’90 che, diciamo così, difficilmente guardava a destra. Io, che non guardavo poi da nessuna parte se non a cercare il mio posto nel mondo, fui molto diffidente quando i miei amici di corso mi esortavano ad ascoltarli. “Non ascolto gruppi politici”, feci notare. Pensavo infatti di trovare quegli stessi simboli e preconcetti di cui spesso sentivo parlare al bar del paese o in tv, un’ideologia che potevo non denigrare per rispetto di chi ci credeva ma che di sicuro non mi apparteneva.

Invece era solo poesia quella di un asceta come Ferretti. Un uomo che dopo tutte le esperienze vissute in giro  per il mondo (Berlino in primis, quella città la cui periferia era Carpi – disse una volta – visto che da lì partiva l’autostrada del Brennero) era tornato a vivere nella sua Cerreto Alpi, paese di poche anime perso nell’Appennino reggiano, a pochi chilometri dalla Toscana. Ma quando a metà anni 90 ascoltavo brani come “Io sto bene”, “Oh Battagliero”, “Amandoti” (che meraviglia il verso “Amarti m’affatica, mi brucia dentro, qualcosa che somiglia al ridere nel pianto”) e la splendida “Annarella” (“non dire una parola che non sia d’amore”) sentivo già quel clima da sera del dì di festa. Perché io ero arrivato dopo: i CCCP erano diventati CSI il 3 novembre 1989, un minuto dopo il crollo del muro della città che aveva l’ “Emilia Paranoica” come periferia. Eppure il loro rock tosco emiliano, pur virando su atmosfere decisamente meno punk rispetto all’inizio (i CSI erano composti anche da fuoriusciti dei Litfiba, come il bassista Maroccolo, un genio nostrano) non sembrava volersi liberare ancora dalla nostalgia di quel mondo sovietico che Enrico ne “I Pionieri”, aveva abbandonato pagina dopo pagina.

Fatale fu il viaggio in Mongolia, alla quale è dedicato quello che personalmente ritengo il miglior album di una band di rock alternativo dalla fine degli anni ‘70 in poi: “Tabula Rasa Elettrificata”.

Non lo dico solo per la forma strepitosa in cui si trovarono tutti i componenti della band al momento della registrazione del disco ma anche perché, almeno per Giovanni Lindo Ferretti, la messa in musica di quel percorso rappresentò la fine di un sogno. La militanza giovanile nel Partito, l’adesione a Lotta Continua, l’idea della ricostruzione di un modello dopo il crollo del Muro: tutto si sgretolò toccando con mano l’applicazione concreta del modello comunista al mondo. La Mongolia era una nazione ridotta ad un’unità di produzione, come descrive meravigliosamente nel primo brano dell’album, dall’omonimo titolo: “sogno tecnologico bolscevico, atea mistica meccanica, macchina automatica no anima, ecco la terra in permanente rivoluzione, ridotta imbelle, sterile igienica, una unità di produzione”.  In queste parole è chiara la fine di un’ideologia: lo stesso non sembrò succedere al chitarrista Massimo Zamboni, che con lui condivise quel viaggio. Per Ferretti fu l’inizio di una nuova fase di vita e di ispirazione, che lo portò negli anni a dichiararsi a volte vicino a posizioni cattolico-integraliste, a volte alla Lega Nord.

Il crollo delle certezze di una vita genera confusione, dolore, straniamento. I fan della prima ora, evidentemente ancora schierati, non hanno mai perdonato a Ferretti questo continuo oscillare. Io, che non lo sono, lo cito dicendo che semplicemente “quello che deve accadere, accade” e lo ringrazio perché nel crepuscolo dei CSI  (si sarebbero sciolti poco dopo) mi ha regalato forse il brano che preferisco di una rock band italiana: “Forma e Sostanza”.  Un incipit che non smetterei mai di ascoltare, con lo strepitoso basso di Maroccolo che Ferretti stesso ha definito “manifestazione di Dio”, la voce di una regina del canto come Ginevra Di Marco, e quel ritornello trascinante (udite udite, un ritornello in un pezzo dei CCCP/CSI!) che è una dichiarazione di vitalità, umanità, vita: “voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta”.

Ce l’ho scritta pure in ufficio, questa frase, pensate voi.

Fedeltà, ortodossia, crollo delle certezze, messa in discussione, rinascita: è la storia di Giovanni Lindo Ferretti e dei sui CCCP / CSI, è il processo di crescita dei ragazzi protagonisti de “I Pionieri” di Scivoletto. Con un’unica certezza, alla fine: senza preconcetti, si può ottenere davvero ciò che ci spetta, che sia un bacio di una ragazza, una partitella fra amici, il suono perfetto di un basso o la pace sulle montagne dell’Appennino.

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