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Il pane perduto di Edith Bruck

Il pane perduto di Edith Bruck è indubbiamente (per me) uno dei libri che va oltre la cinquina del Premio Strega. Una testimonianza sull’orrore di Auschwitz e dei campi di concentramento disseminati in Germania che l’autrice di origine ungherese, ci offre con uno stile schietto, a volte sfuggente.

Spesso leggendo Il pane perduto ho avuto come l’impressione che Edith volesse, da una parte, raccontare e imprimere su carta avvenimenti e dolori inimmaginabili, dall’altra dimenticarsene e quindi sorvolare su molti aspetti, forse a pensarci bene per risparmiarci un po’ di dolore.

Quando leggo le testimonianze sulla Shoa faccio sempre fatica e leggo a rilento; mi sento attratta e respinta dall’orrore che gli ebrei hanno vissuto e ne esco tramortita.

Edith è stata deportata in vari campi di sterminio a 13 anni, nel 1944, strappata dalla sua casa tra deliri e disperazione per il pane che la madre aveva messo in lievitazione, una manna dal cielo, vista la povertà e precarietà in cui imperversava la famiglia.

Un pane perduto in cui ci ho visto Dio, lo stesso a cui Edith scrive una lettera, nell’ultimo capitolo del libro.

“E se Tu vedevi tutto, eri tutto, occhi, orecchie, come mai non hai visto il nostro Travaglio?”

Il travaglio di Edith e della sua famiglia non è iniziato con la deportazione, ma ancora prima a causa delle difficoltà economiche, del pane che mancava spesso in tavola, della mancanza di tutto, anche dell’amore di una madre che pensava solo a rivolgersi a Dio.

Allo stesso tempo, il dolore fisico e psicologico di Edith non è finito con la liberazione dal campo di concentramento in cui è rimasta in vita con la sorella (ciò che le ha dato forza per andare avanti), perché, anche dopo, la sua vita è stata un’eterna odissea tra la ricerca di una patria che non c’era più, di una famiglia con cui non è riuscita più a stabilire un collegamento d’amore e comprensione, di una terra in cui vivere ascoltando il suo unico desiderio, e ciò è scrivere.

Dopo tanti avvenimenti e altro dolore, Edith è approdata in Italia che diventa il suo Paese (non patria, Edith abolirebbe questa parola perché è in nome della patria che i popoli commettono ogni nefandezza).
Viene così accolta da Napoli e poi da Roma dove fa incontri importanti e dove soprattutto trova l’uomo della sua vita, il poeta e regista Nelo Risi.

Una storia che comunque lascia con l’amaro in bocca, come tutte le testimonianze sull’olocausto su cui è giusto non spegnere mai l’attenzione per offrirle come “pane quotidiano” a tutte le nuove generazioni.

Un libro che, quindi, vince su tutti indipendentemente dalla gara.

Questo libro fa parte della dozzina del Premio Strega 2021 ed è stato letto con il mio gruppo di lettura #inattesadellacinquina

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