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“On the road” è un’espressione inglese che nella lingua italiana viene ormai usata come aggettivo, soprattutto se riferita a uno stile di vita. In realtà è prima di tutto il titolo originale del romanzo più conosciuto di Jack Kerouac e visto che la traduzione è “Sulla Strada” sarebbe stato infinitamente meglio mantenere solo il titolo originale. Non solo suona meglio, ma dice già tanto della vicenda che racconta.

Sal Paradise, alter ego dell’autore, è il protagonista di  un viaggio in soggettiva nell’America di fine anni ’40, praticamente senza un soldo e armato solo dell’ambizione di scrivere.  Fra spostamenti in autobus e in autostop, descrive con una nota di apparente desolazione la vastità degli spazi del paesaggio americano e i tratti dei personaggi che incontra lungo il suo cammino. Le pagine scorrono come fiumi in piena, spesso con periodi molto lunghi e poca punteggiatura: più che un fluire di coscienza alla Joyce o alla Svevo, il romanzo segue il ritmo del bebop, genere musicale variante del jazz molto in voga al tempo della scrittura del romanzo.

In occasione dell’uscita di una nuova raccolta di poesie “Blues” di Kerouac, Robinson e La Lettura celebrano l’artista simbolo della beat generation, ricordando come sia stato anche un fervente poeta.

In realtà, per l’ importanza che ha il ritmo musicale nelle sue composizioni, è difficile tenere distinta la prosa dalla poesia: in “On the road” i testi sembrano una lunga jam session, in cui blues e jazz si alternano in un unico spartito.

Ricordo l’effetto che la lettura di questo libro mi fece da ragazzo: decisamente mi condizionò. Non stimolò tanto la voglia di mollare tutto e partire (quell’immaginario, nell’epoca dei miei vent’anni, era già stato ampiamente scandagliato), ma provocò in me una grande fame di scrittura. Appena uscito dal liceo capii che la letteratura non era fatta solo di argomenti alti e di studio matto e disperatissimo, ma può nascere anche dalla curiosità delle piccole cose. Così iniziai ad andarmene in giro per Bologna con una specie di taccuino per annotare odori, sapori, rumori, persone, idee. Tutto molto divertente.

Non so che fine abbia fatto quel quaderno: forse dovrei guardare meglio fra le pagine dei libri di Whitman, Celine e Miller che ho ancora a casa dei miei genitori. Magari fra i capitoli di questi autori troverei pagine strappate dal taccuino, o forse no. Quello di cui sono certo è che Kerouac mi trasmise anche la voracità di leggere, oltre alla voglia di scrivere. Scoprii infatti autori di cui fino ad allora non conoscevo neppure l’esistenza e che si avvicinavano molto a lui come stile di scrittura.

“On the road”  non è stato il libro più bello che abbia mai letto, ma forse il più importante. E’ anche grazie a Kerouac che ancora oggi, all’inizio o alla fine di una giornata di lavoro, riesco a trovare lo spazio per leggere, scrivere o ascoltare la musica. Dopo tanti anni ho anche acquistato un’agenda in cui annoto ogni cosa (non solo di lavoro) in corsivo: non è un caso che oggi mi trovi dopo tanti anni a parlare di Kerouac.

Forse ognuno di noi ha un libro o una canzone che ha cancellato schemi e pregiudizi consolidati. Mi suona bene pensare che nel mio caso tutto sia iniziato on the road.

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