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Non lasciarci Freddie: tu chiamale se vuoi, allusioni

Le prime pagine di “Non Lasciarmi” di Kazuo Ishiguro danno la sensazione di trovarsi fuori posto, esattamente come quando due persone parlano di ricordi e situazioni che riguardano solo loro e tu sei lì a fare il terzo incomodo,con un bicchiere di birra in mano e lo sguardo perso nel vuoto. Solo che qui i due interlocutori che conoscono l’argomento sono Kathy (voce narrante e protagonista del libro) e il lettore a cui lei si rivolge, mentre tu che tieni il libro in mano sei quello spaesato. Ti chiedi cosa significhino termini come donatore e assistente, chi sia la Madame e perché questi ragazzi vivano in un bellissimo collegio nella campagna inglese senza mai avere rapporti con i genitori: tutte domande che piano piano trovano una risposta chiara eppure mai veramente scritta nero su bianco.

Proviamo a fare un salto temporale ad inizio anni ’90 ed immaginiamoci fan dei Queen. No, non intendo fan dei Queen come lo siamo ora, contagiati dall’onda emotiva del film “Bohemian Rhapsody” (cavolo però, che bellezza le scene del Live Aid!), ma ascoltatori che hanno seguito il percorso della band londinese fin dall’inizio, fra le hit degli anni ’70 e le cose un po’ meno riuscite degli anni ’80. Dopo l’ulteriore imperfetto album “The Miracle”, eccoci a mettere nel giradischi (o nel mangianastri, vista il momento storico) “Innuendo”, un capolavoro riconosciuto dalla prima all’ultima traccia e riconoscibile come tale fin dai primissimi ascolti. Potenza, espressività, sound, voce: tutto meravigliosamente amalgamato, tutto al suo posto, come per i Queen di Kensington non accadeva almeno da una decade.

Avevo 15 anni e fu un ascolto che mi lasciò la sensazione di un’imponenza quasi divina, confuso com’ero fra sprazzi rock d’autore e il pop di “Rhythm is a Dancer”. Sparavo ”Innuendo” nelle casse come se non ci fosse un domani.

Mi si perdonerà tuttavia se ero troppo inconsapevole per comprendere che dietro a quella strana parola che dava il titolo all’album e che in italiano significa letteralmente “allusione”, per i fan dei Queen della prima ora doveva esserci la stessa sensazione che ho provato io durante primi capitoli di “Non Lasciarmi”: essere fuori posto, non capire fino in fondo.

Cosa volevano dire Freddie, Brian, John e Roger? Cosa sapevano loro che all’ascoltatore era precluso? Cosa avrebbero svelato traccia dopo traccia? La stessa verità che nel romanzo alla fine mostra Kathy, senza mai pronunciarla. No, la parola morte non viene mai scritta in “Non Lasciarmi”, proprio come in “Innuendo”. Eppure è la vera protagonista di entrambe le opere.

Ogni episodio saliente di “Non Lasciarmi” potrebbe avere come colonna sonora i brani dell’ultimo capolavoro dei Queen: “I’m going slightly mad” sarebbe perfetta per i comportamenti irascibili di Tommy; “Ride the wild wind” la colonna sonora dei loro viaggi fuori dal collegio per andare in cerca di un’inutile verità; “I can’t live with you” (but i can’t live without you) per gli raccontare gli ultimi giorni dell’amore impossibile fra Kathy e Tommy; “The show must go on” per suggellare l’uscita di scena di Ruth, terza incomoda e nello stesso tempo vera amica della coppia.

Tuttavia è sulle note di “These are the days of our lives” che tutto il romanzo ci scorre davanti agli occhi, fino ad un finale scritto fra le righe fin dalla prima pagina.

Anche se il finale non è stato certamente allegro, i giorni felici non sono mancati: “Quelli erano i giorni delle nostre vite”, sembra ricordarci attraverso Freddie la voce narrante di Kathy.

Tutto il romanzo gioca su un dilemma distopico: meglio vivere una vita sana, felice, senza malattie né imprevisti, in cui siano certe la data di nascita e di morte, oppure essere come le persone comuni, che vivono per il domani ma senza sapere che cosa esso potrà riservare, fosse la gioia più grande della vita o la morte stessa? Inutile dire che per tutti noi la risposta è scontata. Eppure pensateci: mentre lavorava a “Innuendo”, Freddie si sentiva esattamente come Kathy e gli altri ragazzi descritti nel romanzo. Una persona che aveva vissuto la sua vita al meglio ma che sapeva che la fine sarebbe arrivata presto e che nessun Dio, di sostanza spirituale o con le sembianze di una vecchia signora su una sedia a rotelle, avrebbe mai potuto rimandarla.

Ogni parola del libro,ogni canzone dell’album è ciò che in un corso di Estetica si potrebbe definire come un emozionante crescendo di segni: tu chiamale, se vuoi, allusioni.

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