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“Il bene si fa ma non si dice”, ripeteva sempre Gino Bartali al figlio Andrea.

Fedele alla sua proverbiale autodisciplina, si mantiene coerente anche nel segreto più grande, tanto da portarlo con sè nella tomba, nel 2000. Solo pochi anni dopo il figlio Andrea, unico a sapere, decide che è arrivato il momento di rivelare al mondo ciò che suo babbo gli ha confidato: Gino Bartali, l’eroe del ciclismo, uno fra i primi dieci sportivi italiani della storia, quello della rivalità Coppi – Bartali e del’omonimo brano di Paolo Conte, durante la guerra ha contribuito al salvataggio di centinaia di famiglie ebree. Se fino ad allora i paragoni per lui si limitavano a quelli con altri campioni delle due ruote, adesso i nuovi fatti lo pongono al pari di uno Schindler o un Perlasca.

Facciamo un passo indietro: quando scoppia la guerra, il ciclismo in quanto a popolarità in Europa vale il calcio. Bartali è come oggi CR7 o Messi, un campionissimo che tutti, sportivi e non, sanno riconoscere. Toscanissimo, è parte di un’Italia che lavora duro: porta sul volto i segni della fatica (“quel naso triste come una salita” dirà Paolo Conte) ma anche una spontaneità un po’ guascona, da vecchia osteria (“quell’occhio allegro da italiano in gita”). Nel 1938 vince il Tour de France e a Parigi si rifiuta di fare il saluto romano come il Regime impone agli atleti italiani, preferendo il segno della croce. Il Fascismo non lo osanna ma cerca di sopportare i suoi gesti da uomo libero: le sue vittorie sono troppo importanti per dare lustro alla nazione. Quando scoppia la guerra la sua carriera si interrompe bruscamente, ma si apre un’altra fase, ancora più importante, che è quella raccontata in questo libro scritto sotto forma di fiaba.

Bartali è molto religioso ed è amico dell’Arcivescovo di Firenze, Dalla Costa, il quale gli rivela che ci sono molti ebrei, specialmente bambini, tenuti nascosti nei conventi toscani. I tedeschi e i fascisti hanno capito qualcosa, inoltre il numero degli ebrei inizia ad essere troppo elevato per essere contenuto in quelle strutture. Dalla Costa è chiaro con Bartali: prima che inizino i rastrellamenti, bisogna procurare a queste persone documenti falsi o sarà una tragedia. C’è una sola stamperia in grado di realizzarli e si trova in un convento ad Assisi: serve qualcuno che abbia il coraggio di andarli a prendere e portali fisicamente a Firenze. Indovinate a chi tocca.

Gino Bartali ogni giorno fa 200 chilometri in bici fra Firenze e Assisi con i documenti falsi nascosti sotto il sellino della bicicletta.

I posti di blocco sono tanti ma non viene fermato spesso, in fondo tutti sanno chi è (tedeschi compresi) e pensano si stia solo allenando. Le volte in cui viene bloccato è protetto dal Signore: nessun militare pensa mai di guardare dentro la bicicletta.

Anche sua moglie non sospetta nulla e il marito le dice sempre che si tratta di sport. Bartali inizia a parlarne solo al figlio Andrea, diversi anni dopo, come viene raccontato nell’appendice del libro, facendogli giurare di svelare il tutto solo quando avrebbe sentito che era giunto il momento. Il momento arriva nel 2005 circa: ormai in troppi hanno indagato sulla vicenda e il segreto non si riesce più a tenere.

Dopo la guerra comunque Bartali torna a correre, facendo sognare un’ Italia ancora ferita grazie alla frizzante rivalità con Coppi. Ispira affetto e ammirazione da parte di tanti, in particolare la vena artistica di un avvocato di Asti, Paolo Conte. “Bartali” è quella canzone di cui tutti abbiamo sentito canticchiare il motivetto: zazzarazaz zazzarazzaz. Un brano che più che una poesia è un affresco nazional popolare dell’Italia pre industriale: un uomo tornato bambino che aspetta il passaggio del suo idolo ai bordi di una strada, dopo aver litigato con la fidanzata che voleva andare al cinema. “Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali”: dopo aver visto sfrecciare il proprio eroe improvvisamente “tramonta questo giorno in arancione, si gonfia di ricordi che non sai”.

Paolo Conte ci lascia un gioiello di musica raffinata e passione popolare: chissà se questa canzone sarebbe venuta fuori diversa, sapendo oggi che la grandezza dell’uomo è stata superiore addirittura a quella del campione.

“Gli eroi di guerra sono altri – diceva Gino Bartali alla fine delle lunghe confessioni al figlio – Io voglio essere ricordato solo per le vittorie in bicicletta”.

Gino Bartali: semplice, umano, enorme, campione. Oggi anche Giusto fra le nazioni.

 


Farà piacere un bel mazzo di rose
E anche il rumore che fa il cellophane
Ma una birra fa gola di più
In questo giorno appiccicoso di caucciù

Sono seduto in cima a un paracarro
E sto pensando agli affari miei
Tra una moto e l’altra c’è un gran silenzio
Che descriverti non saprei

Oh, quanta strada nei miei sandali
Quanta ne avrà fatta Bartali
Quel naso triste come una salita
Quegli occhi allegri da italiano in gita

E i francesi ci rispettano
Che le balle ancora gli girano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine
E vai al cine, vacci tu

È tutto un complesso di cose
Che fa sì che io mi fermi qui
Le donne a volte sì sono scontrose
O forse han voglia di far la pipì

E tramonta questo giorno in arancione
E si gonfia di ricordi che non sai
Mi piace restar qui sullo stradone
Impolverato, se tu vuoi andare, vai

E vai che io sto qui e aspetto Bartali
Scalpitando sui miei sandali
Da quella curva spunterà
Quel naso triste da italiano allegro

Tra i francesi che si incazzano
E i giornali che svolazzano
C’è un pò di vento, abbaia la campagna
E c’è una luna in fondo al blu

Tra i francesi che s’incazzano
E i giornali che svolazzano
E tu mi fai, dobbiamo andare al cine
E vai al cine, vacci tu

(Paolo Conte – “Bartali”)

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