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L’apprendista di Gian Mario Villalta: gli ultimi saranno i primi

Selezionato tra 12 del premio Strega, in attesa della cinquina di giugno, L’apprendista di Gian Mario Villalta è un libro che sorprende.

Non si tratta, infatti, del solito libro, per diversi motivi ma soprattutto per il modo in cui è scritto. Devo ammettere, inoltre, che inizialmente ho avuto qualche difficoltà, proprio perché non riuscivo a capire chi parlava, chi pensava, se scritto in prima o terza persona. L’assenza, a volte, dei virgolettati, mi confondeva, distraeva, spinta a tornare indietro più volte.
Poi però la svolta.
Eh si, quando si dice che…tutto si può imparare! Anche a leggere un libro che, all’inizio, può sembrare ostico.

E così ho iniziato ad affezionarmi ai due anziani protagonisti di questo libro, Tilio e Fredi, e alla loro vita che in fin dei conti si svolge all’interno di una chiesa, nella fredda Pordenone, dove i due si occupano del decoro e dell’ordine in ogni funzione programmata, ogni giorno, dalla mattina alla sera.
In sostanza sono sacrestani, anzi, a dire la verità lo è solo il più anziano, Fredi. Tilio è “l’apprendista” e deve ancora imparare il mestiere.

E così, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione (si passa dall’inverno alla primavera e all’estate fino all’autunno) si susseguono le vicende dei due uomini che se da una parte sembrano tanto guardinghi l’uno verso l’altro, dall’altra si scoprono profondamente amici, con il bisogno di incontrarsi, sostenersi, borbottare un rimprovero o un mezzo complimento.

“Ci sono persone sole e disperate perché sono sole. Lui e Fredi erano soli ma non erano disperati, sapevano dare ordine alla giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto la letizia del cuore. Non potevano fare nulla l’uno per l’altro se è per questo, non c’erano dubbi, ma si erano incontrati”.

Credo questa sia una della frasi più belle del libro nonché la chiave della storia. E’ bastato incontrarsi, alla fine della loro vita, quando ormai ogni esperienza è stata fatta, la vita vissuta come doveva andare, tra scelte giuste o sbagliate, non importa, per rendere prezioso ogni altro momento concesso dal tempo, in un luogo sacro.

Le loro giornate sono scandite da messe, suffragi, funerali e matrimoni, dal conteggio dei fedeli presenti e delle offerte, dalle candele da accendere o spegnere senza lasciar cadere la cera a terra, coprendosi con calde coperte durante l’inverno aspettando le varie funzioni o cercando il fresco durante l’afosa estate.
I ricordi affiorano, si sussurrano per paura di disturbare l’altro. I due si capiscono dall’alto della loro età senza giudicare, acquistano la consapevolezza della loro vita, delle loro scelte.

“Ti ammiro – dice Tilio a Fredi – ma mi fai anche un po’ paura. Io non ho mai deciso niente, ci pensavo prima, mentre parlavi, non come te, sì, insomma, ho sempre deciso quello che mi pareva meglio anche per gli altri”.

In questo romanzo inoltre è possibile trovare un tripudio di perle di saggezza, molte delle quali partono dalla lettura del Vangelo fatta durante la messa, perché Tilio vuole capire, andare a fondo per poi scoprire che “l’apprendista non è un ultimo posto“.

Giunti però all’ultima, commuovente pagina, Tilio accetta solo per una volta un posto che non gli è stato assegnato se non per necessità, quindi forse quello “stare un passo indietro” era ciò che rendeva speciali le sue giornate con Fredi per farlo sentire comunque primo, con umiltà.

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