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Pirandello e Bowie: due personaggi, un atto unico

La differenze fra l’atto unico sulla morte di Luigi Pirandello (“L’uomo dal fiore in bocca”, 1922) e di David Bowie (“Blackstar”, 2016) sembrano essere molte, a partire dalla simbologia.  L’autore siciliano la raffigura come un fiore nella bocca del protagonista, dolcissimo fin dal suo nome (epitelioma, che è diverso dal dire brutalmente tumore o cancro) , il cantante londinese come una stella nera, che brilla di una luce sinistra e maestosa dal cielo. Epoche diverse, tradizioni diverse, culture diverse: che c’entrano in fondo questi due autori l’uno con l’altro?

Infatti sono molto diversi anche i luoghi in cui avviene la narrazione. Bowie porta l’ascoltatore nello spazio immateriale del cielo, l’atto unico di Pirandello si svolge nel bar di una stazione, posto terreno e di passaggio per eccellenza. Qui una persona dall’aspetto grigio si scatena contro tutto e contro tutti, esattamente come noi uomini comuni iniziamo ad agitarci contro gli imprevisti del nostro tempo: traffico, treni in ritardo, impegni quotidiani. E’ lì che inizia il dialogo con un altro avventore, l’uomo che si scoprirà avere il fiore in bocca (ovvero il segno del tumore), il quale vive ogni piccolo evento quotidiano con passione, lucidità e disincanto, proprio come nei brani “Meraviglioso” di Domenico Modugno o “The Miracle” dei Queen. Ogni aspetto apparentemente insignificante della nostra vita assume per lui una connotazione diversa: la morte è così vicina da rendere ogni momento degno di essere vissuto con entusiasmo e curiosità, senza perdere però la dimensione intellettuale.

Questo è il un primo punto d’incontro con David Bowie: indagare il senso della vita, capirne l’essenza attraverso il dialogo con gli altri e mostrarsi quindi più vivo di chi non ha avuto la sua stessa fortuna. In questa indagine il protagonista di Pirandello ricorda anche il Freddie Mercury del monumentale ultimo atto dei Queen “Innuendo”, in cui nell’ultima traccia “The Show Must Go On” si interroga senza mezzi termini sul motivo per cui viviamo: “Does anybody know what we are living for”?

Tornando al parallelo con Bowie, la differenza più grande però fra l’uomo di Pirandello e il protagonista di “Blackstar”, album uscito solo pochi giorni prima della morte del suo autore, è la prospettiva da cui parla il protagonista. Pirandello ci racconta un uomo attaccato alla vita, che farebbe di tutto per riacciuffarla in qualche modo: la sua cortesia e il suo spirito sono quasi impossibili da capire se si pensa che gli restano solo alcuni mesi di vita. Bowie invece deve essere Bowie anche nel suo ultimo atto: innanzitutto ovvio che il protagonista dell’album sia proprio lui, con il tumore al fegato che lo sta consumando ogni giorno di più. Già, ma quale dei tanti Bowie che abbiamo conosciuto nella sua carriera si sta congedando per sempre? Ziggy Stardust era già morto, lo stesso quello del periodo berlinese che faceva eccessi con Iggy Pop, nel film “Labyrinth” era diventato un pipistello, per non dire del Duca Bianco degli anni ‘80.

Bowie è uno, nessuno e centomila. E’ l’uomo dal fiore in bocca, Lazzaro, una stella nera. Sì, sarebbe stato un personaggio perfetto per il teatro di Pirandello.

Il cantante londinese sa benissimo che quando le persone ascolteranno il suo lavoro esso stesso sarà diventato postumo: da abile mescolatore di carte porta la situazione a suo favore e inizia a confondere con simboli e riferimenti. Colpi di teatro a non finire, come quando Pirandello in “Sei personaggi in cerca d’autore” mischiava gli attori con il pubblico, lasciandolo basito.

Certo, alcune atmosfere e testi sono molto espliciti, ma raramente l’ascoltatore percepisce quel senso di malinconia che per esempio si trovava nel suo album precedente “The Next Day”, in cui già il fiore nel suo fegato era stato messo e Bowie si chiedeva all’infinito “Where are we now”. In “Blackstar”  fa un bilancio della sua vita scusandosi a modo suo per gli errori compiuti e ringraziando per aver vissuto come un re: il sound dell’album fonde il suo classico pop rock con il jazz e la jam session, cambiando più volte registro musicale. Ormai non deve rendere conto più a nessuno: può sparare le sue ultime cartucce in assoluta scioltezza e ancora una volta, anche quando dovrebbe essere stanco e consumato, ci mostra come la sperimentazione sia una forma d’arte che non è per tutti.

Ecco allora che alla fine Pirandello e Bowie, nella raffigurazione dell’ultimo atto di un uomo di fronte alla morte, sono uniti da un tratto comune fortissimo: l’amaro sapersi prendere gioco del proprio interlocutore.

L’uomo dal fiore in bocca svela solo alla fine la sua malattia all’avventore della stazione, Bowie invece ci lascia la convinzione irrazionale che, se guarderemo le stelle in una notte come quella di San Lorenzo, vedremo per forza una stella nera danzare nel cielo insieme al Maggiore Tom di Space Oddity, a Ziggy Stardust, alla Marylin di The Jean Genie e a tutti quei personaggi che un autore immortale hanno avuto la fortuna di averlo.

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