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I dolori romantici del Re Inchiostro

Di fronte a certi artisti è difficile rimanere agnostici: il confine fra l’apprezzamento incondizionato (che genialità!) e le reazioni tafaziane (che pesantezza!) è ben definito ed è quasi impossibile spostare le convinzioni di chi la pensa in un modo o nell’altro.

Johann Wolfgang Goethe e Nick Cave sono lontani ben 200 anni ma esiste un filo sottile che li unisce, evidente come l’apprezzamento o il rifiuto in chi li legge o ascolta. Sensazioni opposte che spesso nascono per gli stessi motivi: un approccio all’arte in cui il sentimento domina su tutto, addirittura sul vivere stesso.

Per il pubblico che apprezza queste caratteristiche di Goethe credo sia una logica conseguenza amare anche la poetica di Nick Cave. Io li ho scoperti in fasi diverse della mia vita: “I dolori del giovane Werther” mi è stato imposto al liceo e mai una scelta forzata è stata così tanto nelle mie corde. Il romanzo mi ha colpito fin da subito per un particolare forse contingente, ovvero il nome della corrente letteraria di cui faceva parte: romanticismo. Nelle serie e nei film che avevo visto fino ad allora quel termine non mi aveva mai fatto una gran simpatia, come tutto ciò che non è rock o puro disagio: romantico per me era (e un po’ è tuttora) sinonimo di sdolcinato, mieloso, come le frasi dei biglietti dei Baci Perugina.

Con Goethe ho scoperto che il romanticismo è uno stile di vita in cui il sentimento dell’uomo viene messo al centro di tutto, oltre la pura ragione dell’epoca illuministica.

L’istinto e la passione sono gli elementi guida degli eroi romantici, così certi della propria missione da farla diventare ossessione appena trovano ostacoli insormontabili al suo compimento. La risposta nei casi estremi è la negazione stessa della vita: il suicidio è considerato quasi un atto dovuto, come nel caso dell’amore impossibile fra Werther e Charlotte.

Queste passioni fortissime sono state messe non solo in parole, ma anche in musica: Schubert, Beethoven , Liszt fino a Wagner. Tutte le arie classiche più famose che conosciamo, se concepite oltre i nostri confini nazionali, vengono da quel mondo tedesco che per puro preconcetto non riusciamo ad amare come dovremmo.

Nick Cave è l’erede di Werther dei giorni nostri, non tanto per i gesti plateali (diciamolo, è piuttosto molto misurato nei modi) quanto nella tensione romantica che si percepisce nel suo percorso musicale.

L’ho scoperto negli anni dell’Università, un periodo in cui masticavo l’inglese meglio di ora e capivo che in quel sound solo apparentemente calmo e nei testi pieni di domande, immagini e sentimenti c’era tutta la volontà di comprendere il senso della vita.

La passione per la vita di Nick Cave si può intendere solo in senso romantico ed è chiara fin dalle due immagini di lui che mi vengono in mente, appena sento o leggo il suo nome. Mi riferisco alla faccia in primo piano nel buio nel video di “Into My Arms” e il modo in cui guarda Kyle Minogue nello stagno nella meravigliosa clip di “Where the wild roses grow”, in cui si rivela un amante vinto dal destino ma ancora pieno di sentimento.

Interrogativi esistenziali, dolori profondi, ricerca del senso della vita: Il “Re Inchiostro” in questi giorni si mette in gioco anche sul web, ascoltando e parlando con i propri fan come nessun altro musicista sa fare.

Scrivetegli sui social se non ci credete, facile che vi risponda. Oppure, ancora meglio, ascoltate il suo ultimo album, “Ghotseen”, in cui sfoga attraverso la sua arte tutto l’immenso dolore per la perdita di un figlio.

Genialità o pesantezza?  Alla soggettività di ognuno l’ardua sentenza. Certo, non è sempre facile per il pubblico affrontare questo tipo di parole o di note, specialmente in giorni in cui siamo travolti dalla leggerezza sanremese. Tuttavia non ho dubbi, a costo di apparire immodesto: non è da tutti vivere di interrogativi ogni giorno, non è per tutti ammirare chi lo fa, esprimendolo attraverso la propria arte.

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