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Faulkner, l’America fra storia antica e moderna

Il mondo di William Faulkner è un viaggio nell’epoca se vogliamo più classica della storia americana, quella “mitica” della Grande Depressione, dell’America del Sud razzista e divisa, in cronico ritardo rispetto a quella de Nord raccontata ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald e lontana dalla vocazione internazionale di un Hemingway, che con “Fiesta – Il Sole Sorgerà Ancora” accompagna il lettore nell’esotica Spagna di tori e corride.

Qui lo raccontiamo nei quattro libri di Faulkner che abbiamo letto, almeno fino ad oggi: “Mentre Morivo”, “L’Urlo e il Furore”, “Santuario” e “Luce d’Agosto”.

Non ci sono i ritmi delle grandi città in primo piano nell’opera di Faulkner, non esiste la frenesia di un mondo che a cavallo fra le due guerre mette le fondamenta per una società governata dal mercato sovrano, che è tale ancora oggi. Non c’è sogno americano, ma gli odori, i colori e lo spettro della morte che incombe.

I ritmi sono lenti, quasi dilatati, forse proprio per questo è facile scorgere nei luoghi e nei personaggi descritti alcuni frammenti di civiltà scomparse.

Le tracce di Antica Grecia ci portano dritti nell’ Europa dei primi decenni del Novecento, attraverso un salto temporale già testato da altri autori dell’epoca: non è un caso che Faulkner sia stato uno scrittore americano fortemente influenzato dalla letteratura europea di inizio secolo, in particolare da Joyce con i suoi monologhi interiori.

Parliamo di Antica Grecia perché le strade polverose del Sud degli Stati Uniti in cui si muovono i personaggi di “Luce d’Agosto” o quelli di “Mentre Morivo”  potrebbero essere la piana di Maratona o i percorsi che portano da Atene a Tessalonica. Il loro incedere apparentemente senza senso in una luce accecante li fa apparire eroi e al tempo stesso antieroi di un mondo perduto nel mito: basti pensare al protagonista di “Luce d’Agosto” Joe Christmas (nome non casuale), che come un Ulisse è pieno di ammirevole coraggio ma al tempo stesso brutale saccheggiatore e assassino.

“L’Urlo e il Furore” è invece una sorta di dramma in quattro atti, che sono altrettanti capitoli narrati sempre da un punto di vista diverso e con uno stile che alterna dialoghi a ricordi sotto forma di fluire di coscienza. La storia di una famiglia del Sud numerosa e benestante mette in risalto ancora personaggi sempre impegnati in qualcosa, eppure incapaci di modificare il corso del loro destino. Anche qui chi sembra senza peccato, come la sorella maggiore Caddy, in realtà rivela con lo scorrere delle pagine i propri lati brutali e cinici: è madre capace di abbandonare un figlio dopo aver accudito con amore per una vita il fratello Benji, vessato da tutti gli altri a causa dei suoi problemi mentali.

Il capitolo narrato da Jason, pieno di preconcetti e rabbia, è il quadro perfetto per descrivere una certa società americana: un personaggio che fa da preludio a tanti spiantati che avremmo ritrovato nel cinema di Sergio Leone o Quentin Tarantino.

Tuttavia quello che colpisce di più il lettore di oggi, abituato al politically correct e soprattutto a un pensiero meno ricco di giudizi arbitrari (almeno si spera), è la questione razziale. Essere bianco o negro (lo scriviamo come lo scrive Faulkner) è un fatto di sangue che divide gli esseri umani da ciò che “umano è solo di riflesso”, come afferma candidamente Quentin nel suo monologo interiore nel secondo capitolo de “L’Urlo e il Furore”. Joe Christmas in “Luce d’Agosto” vive il suo conflitto personale fra bene e male come quello che sente scorrere nel suo sangue, essendo di discendenza mista. Eppure proprio ne “L’Urlo e il Furore” la governante di colore, Dilsey, è la donna che tiene le fila di tutta la famiglia di bianchi che dipendono da lei. I figli dei bianchi giocano coi neri, sono accuditi da loro e trattati tutto sommato bene dai loro padroni, ma la loro inferiorità razziale non è mai in discussione.  

Le persone di colore dell’America del Sud di fine anni ’20 sono gli schiavi dell’Antica Grecia con in più il diritto di parola.

Viene in mente il superbo Di Caprio, alias Calvin Candie, che in “Django Unchained” di Tarantino si lancia nella perfetta spiegazione del perchè i negri (lo scriviamo come lo dice Di Caprio) siano inferiori per natura: tutto è dovuto a un osso del teschio che porta alla sottomissione. Per inciso, che Tarantino sia stato influenzato da Faulkner non solo una nostra supposizione, ma risulta chiaro leggendo “Santuario”.

Come abbiamo pensato dopo l’ultima pagina di “Luce d’Agosto”, leggere Faulkner è come scalare una montagna. Se però l’impresa diventa lo stesso piacere che prova un ciclista di fronte a una salita, l’arrivo in cima rende soddisfatti come non mai.

Faulkner ha il dono di una scrittura centrata per la sua epoca e eppure classica, piena di situazioni e dialoghi intervallati da monologhi interiori che sono ricordi o visioni del futuro.

Cambi di punti di vista e di narratori quasi continui. Come in “Mentre Morivo”, che è il Faulkner più diretto, quello da cui consigliamo di iniziare. Una famiglia di poveri americani del Sud che viaggiano per strade assolate con un carretto che porta il cadavere della madre-moglie verso paese natio. Gente fuori dal tempo, con una bara, un carro e un cavallo, a mangiare nuvole di polvere alzate dalle Ford che sfrecciano accanto a loro sulle strade del progresso. 

Partite da qui, leggete Faulkner e vedrete quanto è grande, contraddittoria, sterminata l’America e quanto racchiuda in sé di storia antica e moderna.

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